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martedì 28 aprile 2020

E' scomparso un esopianeta (o forse non è mai esistito!)

Di pianeti extrasolari, o esopianti, ne sono stati scoperti ormai diverse migliaia. La grandissima parte è stata identificata con metodi indiretti, ovvero è stato misurato l'effetto che la presenza di un pianeta provoca sulla stella attorno alla quale orbita (disturbi di luminosità o gravità). Molto pochi, invece, sono i pianeti che siamo riusciti a osservare direttamente scattandogli una "bella" foto, appena 138 su un totale confermato superiore ai 4200, circa il 3%,

A questa ristretta cerchia di pianeti osservati in modo diretto appartiene, o forse sarebbe meglio dire apparteneva, Fomalhaut b, un corpo celeste orbitante attorno alla luminosa stella Fomalhaut, nella costellazione del pesce australe. Fomalhaut è una stella piuttosto giovane e calda, distante circa 25 anni luce, attorno alla quale è presente uno spettacolare disco di polveri esteso per centinaia di miliardi di chilometri. Sul bordo interno del disco il telescopio spaziale Hubble aveva confermato, nel 2008, la presenza di un corpo celeste di massa e planetaria. Fu il primo esopianeta osservato direttamente alle lunghezze d'onda visibili, considerato quindi una scoperta di grande valore simbolico.

Il fu pianeta Fomalhaut b
Nel corso degli anni molti astronomi hanno studiato le peculiari proprietà di questo corpo celeste e sono cominciati a nascere i primi dubbi. Se il fatto che questo oggetto non emettesse una grande quantità di radiazione infrarossa può rappresentare una sorpresa riservata solo ai più esperti, le immagini successive del telescopio spaziale Hubble, fino al 2014, hanno mostrato qualcosa di sconcertante per tutti gli osservatori, anche semplici appassionati: l'immagine del pianeta si stava indebolendo, fino a quasi scomparire nel 2014.

Un pianeta molto luminoso nel visibile ma invisibile nell'infrarosso, nonostante dovesse avere una massa simile a quella di Giove (che emette molta radiazione elettromagnetica nell'infrarosso), del tutto incapace di esercitare qualsiasi tipo di disturbo gravitazionale sull'anello di detriti nel quale orbita, con un'orbita probabilmente aperta che lo avrebbe portato fuori dal sistema, che si affievolisce di centinaia di volte in pochi anni e sembra espandersi. Tanti indizi che alla fine hanno rappresentato una solida prova.

La conclusione alla quale si è arrivati tra il 2019 e il 2020 è che quel pianeta non è mai esistito. Quello che si è osservato è stato un raro, spettacolare, gigantesco scontro tra due planetesimi, corpi celesti che rappresentano le fasi iniziali di formazione dei pianeti. La collisione cosmica ha distrutto i due corpi celesti creando una grande quantità di polveri e calore. Questi nel corso degli anni si sono dissipati, facendo scomparire nel nulla l'immagine di un pianeta storico che in realtà non è mai esistito.

L'Universo, ancora una volta, ci sorprende e ci avverte di non lasciarsi mai andare a facili conclusioni. La ricerca scientifica cerca di osservare nella maniera più completa possibile una realtà che presenta milioni di sfaccettature. Solo con tempo, dedizione e molte osservazioni da diversi punti di vista riusciremo ad avvicinarci più possibile a descrivere la Natura per quello che è e non per come la percepiamo dal nostro limitato e incompleto punto di osservazione iniziale.

Personalmente, visto che ormai conosciamo migliaia di espianti, trovo molto più emozionante il fatto che per la prima volta nella nostra storia abbiamo osservato in diretta il raro scontro tra due corpi celesti di taglia planetaria in un sistema in formazione. Abbiamo infatti la fortuna di osservare in diretta un fotogramma di una lunga storia, probabilmente molto simile a quella che coinvolse 4.6 miliardi di anni fa il nostro Sistema Solare.



Per approfondire, l'articolo scientifico pubblicato su PNAS: https://www.pnas.org/content/early/2020/04/15/1912506117

lunedì 28 marzo 2016

Come si è formato il Sistema Solare?



Rispondere in modo esauriente a questa domanda non è affatto facile perché non possiamo invertire il tempo e osservare i pianeti come erano miliardi di anni fa. Dobbiamo quindi trasformarci in scrupolosi storici e cercare di ricostruire le vicende del nostro vicinato cosmico analizzando i pochi indizi di cui disponiamo, senza dimenticare di sfruttare a nostro favore l’enorme vastità dell’Universo.
Un aiuto molto importante può arrivare dallo studio degli asteroidi e delle comete, poiché si pensa che le loro caratteristiche non siano mutate radicalmente dal tempo della loro formazione. Questi, quindi, possono darci informazioni sull’età delle più antiche rocce del Sistema Solare e sulla composizione chimica del materiale con cui si sono formati i pianeti.
Un altro aiuto potrebbe arrivare dall’analisi dei crateri da impatto su corpi celesti senza atmosfera, come Luna e Mercurio. Il numero degli impatti e una stima dell’età dei terreni che hanno subito il bombardamento consentono di caratterizzare l’ambiente interplanetario nel corso della storia.
Molti degli impatti lunari sono avvenuti tra i 3,5 e i 4 miliardi di anni fa. Porzioni di superficie più recenti, come i mari, hanno una concentrazione nettamente minore di crateri.
La conclusione più logica è pensare che in quelle remote ere il Sistema Solare fosse un posto molto più affollato, popolato da miliardi di asteroidi e addirittura molti piccoli pianeti.

Dischi di detriti attorno a stelle in formazione
Degli importanti indizi per cercare di far luce sulla storia del Sistema Solare arrivano anche dall’esterno.
L’osservazione di numerose stelle, nebulose e sistemi planetari di diverse età, quindi a diversi stadi evolutivi, fornisce un’istantanea abbastanza precisa delle tappe che presumibilmente ha percorso il Sistema Solare dal momento della sua formazione. Non ci sono in effetti motivi per considerare lo sviluppo del Sistema Solare in qualche modo diverso e privilegiato rispetto a quanto accade alle altre stelle dell’Universo. A conferma di ciò, sembra che la formazione di dischi di detriti, quindi sistemi planetari, possa essere un fenomeno comune quanto quello che porta alla nascita delle stelle, probabilmente addirittura inevitabile per tutti gli astri, tranne forse le grandi stelle blu, la cui vita potrebbe essere più breve del tempo richiesto ai pianeti per formarsi.



La teoria attualmente più accreditata per la formazione dei sistemi planetari, compreso il Sistema Solare, è quella della “nebulosa primordiale". Un'immensa nube di gas e polvere in rotazione dalla quale si sarebbero formati il Sole e i pianeti, insieme ad altre decine o centinaia di stelle. È curioso come questa teoria sia stata ipotizzata ben prima delle evidenze scientifiche da alcuni illustri filosofi del passato, tra i quali il grande Immanuel Kant.

Lo scenario della formazione del Sistema Solare potrebbe allora essere il seguente.
Una nube fredda molto estesa di gas interstellare composta di idrogeno, elio, e una piccola parte di elementi pesanti aggregati in forma di polveri (meno del 2% in massa), vaga per la Galassia. Questo miscuglio di sostanze è probabilmente ciò che resta della morte di diverse stelle più antiche, raggruppato dai moti galattici e dalla forza di gravità.
A un certo punto la quantità di gas della nube interstellare è così elevata che la forza di gravità comincia a far sentire i suoi effetti, magari a causa di qualche perturbazione esterna, come l’esplosione di una supernova o la compressione dovuta all’ingresso di uno dei bracci a spirale della Via Lattea. Quando si rompe il delicato equilibrio che sostiene la nube contro la sua stessa forza di gravità, questa prende il sopravvento e inizia a comandare il gioco.
Gas e polveri cominciano a contrarsi sotto il loro stesso peso; la nebulosa si frammenta in regioni più piccole. In ognuna di queste regioni nascerà una stella e, se non ci saranno grossi problemi, anche un sistema planetario.

Concentriamoci quindi solo sulla porzione di nebulosa che produrrà il Sole e i pianeti, la nostra nebulosa primordiale.
Durante la fase di contrazione, che dura diversi milioni di anni, la nube comincia a ruotare sempre più velocemente a causa del principio di conservazione del momento angolare.
Cos’è il momento angolare e cosa implica la sua conservazione? Senza ricorrere a formule fisiche, facciamo un esperimento: proviamo a sederci su una sedia girevole, allarghiamo braccia e gambe e facciamoci mettere in rotazione da un amico. Quando stiamo per fermarci chiudiamo velocemente braccia e gambe, portandole più vicino possibile al corpo: la sedia a questo punto riprenderà a ruotare!
Questo effetto è un principio valido per ogni oggetto e in qualsiasi luogo dell’Universo.
Se la nube protosolare possiede una piccolissima rotazione, quando riduce il suo diametro di diverse decine di volte aumenta per forza la velocità di rotazione. La rotazione globale spiega perfettamente anche perché tutti i pianeti e una grandissima parte dei corpi celesti del Sistema Solare odierno ruotino attorno al Sole nello stesso senso.

A causa della forza centrifuga, la nube assume la forma di un disco, con un diametro della parte più densa di circa 10 miliardi di chilometri e uno spessore di 100 milioni di chilometri.
Nel centro, laddove nascerà il Sole, si accumula una grande quantità di gas.
La contrazione gravitazionale riscalda la zona centrale da una temperatura iniziale di circa -260°C fino a circa 2000°C: si e' formata una protostella, un embrione dalla forma sferica che si trasformerà presto in una stella a tutti gli effetti.
Alla fine del processo il Sole conterrà ben il 99,86% della massa dell’intero Sistema Solare.

Le briciole del gas e polveri rimaste in rotazione attorno alla protostella formano quello che si chiama disco di accrescimento. Le porzioni più vicine alle zone centrali lentamente vengono inglobate dalla protostella, in un processo che aumenta il calore interno a causa della compressione sempre maggiore.
Abbastanza lontano dal centro, il gas si raffredda a sufficienza, a tal punto che una parte si ricondensa in polveri e ghiaccio; le particelle ora sono molto più vicine tra di loro rispetto a quando si trovavano nella nebulosa primordiale, che era migliaia di volte più grande.
Le continue collisioni e la forza di gravità danno inizio a un lento processo di aggregazione fino a formare dei pezzi di roccia di cospicue dimensioni, detti planetesimi. A causa dell’estrema debolezza della forza di gravità, si pensa che le primissime fasi di formazione dei detriti a partire da granelli di polveri dalle dimensioni tipiche di qualche micron, siano in realtà dominate da un’altra forza. Proprio come le goccioline di pioggia di una nube, scontrandosi tra di loro si caricano di elettricità statica che scaricano poi a terra attraverso un fulmine, anche nella nebulosa primordiale il materiale nel disco di carica per sfregamento. La forza elettrostatica risultante è abbastanza forte, di certo ben più della gravità, per iniziare ad accumulare i granelli di polvere e formare dei piccoli nuclei che mano a mano inizieranno a sentire anche la reciproca forza di gravità.
Non si sa bene quando avvenga il passaggio di consegne tra forza elettrostatica e gravità, ma di certo, quando si arriva ad avere dei planetesimi, che si possono considerare dei piccoli asteroidi, la gravità ormai è l’unica forza a comandare il gioco, in un crescendo Rossiniano.
Fasi principali della formazione del Sistema Solare

Presenti probabilmente a migliaia di miliardi lungo il disco di accrescimento, i planetesimi, mano a mano che si scontrano e si fondono generano sempre maggiore forza di gravità, che aumenta il tasso e la violenza delle collisioni con altri planetesimi. Le elevatissime temperature indotte dalle collisioni sempre più violente fondono il planetesimo e lentamente gli conferiscono una forma sferica, cancellando completamente qualsiasi segno evolutivo precedente, compresi i materiali più volatili, che si aggregheranno solamente nelle più tranquille periferie o formeranno successivamente le atmosfere.

Dopo queste violente fasi, i planetesimi sono diventati dei protopianeti completamente fusi, con temperature di diverse migliaia di gradi.
I protopianeti sono gli embrioni dei pianeti attuali. Le loro dimensioni dipendono criticamente dalla distanza dal Sole e dalla densità del disco di polveri.
In questa fase si produce anche il fenomeno della differenziazione gravitazionale: i materiali più pesanti, come nichel e ferro, sprofondano verso il centro lasciando sulla superficie principalmente silicati e metalli leggeri.
Il calore lentamente si disperderà nello spazio raffreddando la superficie, ma non il nucleo, che potrà mantenersi a migliaia di gradi per diversi miliardi di anni, grazie anche al calore generato dal decadimento radioattivo di alcuni elementi, tra cui l’uranio, almeno per i corpi celesti massicci almeno quanto la Terra.

Nelle regioni interne, la grande quantità di radiazione emessa dalla protostella che si sta accendendo e l’intenso calore tendono a vaporizzare e disperdere verso l’esterno gas e polveri del disco. La maggiore concentrazione si raggiunge in una zona a circa 600-800 milioni di chilometri di distanza.
La differenza di dimensioni tra i pianeti rocciosi e quelli giganti prova la validità di questo scenario, con Giove, il più grande, aggregatosi proprio a circa 800 milioni di chilometri dal centro.
La formazione dei protopianeti può richiedere da circa centomila a venti milioni di anni.

A un certo punto, però, qualcosa interrompe bruscamente la fase di accrescimento.
Il calore nel nucleo della protostella sta superando la temperatura critica di 10 milioni di gradi.
Il Sole si accende finalmente di energia propria attraverso i processi di fusione termonucleare: la nostra stella è nata.
In conseguenza dell’accensione, il Sole primordiale emette un grande flusso di particelle cariche, un vento solare piuttosto violento in grado di spazzare via il gas residuo dalle regioni interne del Sistema Solare.
Da questo momento il destino dei pianeti è determinato dalla massa raggiunta fino a quel momento e dalla distanza dal neonato Sole.
Se il protopianeta è abbastanza massiccio da trattenere una parte del gas con la propria gravità, si formerà un pianeta gassoso, altrimenti parte o addirittura tutto l’inviluppo gassoso formatosi verrà spazzato via dal vento solare. Il risultato in questo caso sarà un pianeta roccioso.

Le osservazioni dei nuclei dei pianeti gassosi confermano questa ipotesi: le loro dimensioni sono simili a quelle dei pianeti interni, a conferma che sotto un certo punto di vista i pianeti rocciosi non sono altro che nuclei di pianeti gassosi privati dell’inviluppo atmosferico a causa del vento solare e delle alte temperature nelle regioni in cui si sono formati.
La pulizia operata dal vento solare di fatto blocca completamente il processo di formazione dei corpi celesti, dando inizio a una nuova e violenta fase.

L'evoluzione successiva è infatti una strenua lotta per la sopravvivenza.
Nel Sistema Solare non c’è posto per tutti: molti degli inquilini vengono distrutti da violenti impatti, confinati nelle periferie o addirittura espulsi a seguito di incontri ravvicinati.
Alcuni corpi riescono ad assestare dei colpi micidiali ai principali, modificandone caratteristiche e proprietà orbitali.
Presumibilmente questa sorte è toccata alla Terra, colpita da un planetesimo delle dimensioni di Marte circa 100 milioni di anni dopo la sua formazione, che ne ha rallentato il moto orbitale, inclinato l’asse di oltre 23° e scagliato nello spazio una quantità di materiale sufficiente per formare la Luna.
Per quanto possa sembrare distruttivo, un impatto del genere è probabilmente stato provvidenziale per lo sviluppo tranquillo della vita sul nostro pianeta e un’evoluzione garantita per miliardi di anni. La presenza della Luna, infatti, svolge un ruolo fondamentale nello stabilizzare l’inclinazione dell’asse terrestre. Senza la sua presenza l’asse avrebbe cambiato inclinazione nel tempo, portando a sconvolgimenti climatici che avrebbero rallentato o addirittura impedito l’evoluzione degli esseri viventi complessi.

Violentissimi impatti sembrano aver interessato anche altri pianeti, producendo risultati diversi, ma altrettanto evidenti. Una sorte simile potrebbe essere accaduta a Venere: un impatto probabilmente centrale ha invertito e reso lentissimo il periodo di rotazione, cancellando anche il campo magnetico.
Probabilmente neanche Urano si è salvato, nonostante si trovasse in una regione presumibilmente più tranquilla: un impatto ha fatto ruotare il pianeta e inclinato l’asse di rotazione di quasi 100°.
Questo duro combattimento consumatosi entro 200 milioni di anni dalla formazione ha modificato i corpi principali e distrutto i planetesimi più pericolosi. Si pensa infatti che il Sistema Solare primordiale fosse molto più affollato dei pianeti che possiamo vedere ora. Qualcuno ipotizza l’esistenza di una ventina di corpi di taglia planetaria. Molti si sono scontrati e distrutti, altri potrebbero essere stati scagliati nella periferia del Sistema Solare e altri ancora potrebbero essere stati espulsi dai complicati giochi di fionde gravitazionali e condannati a vagare in solitudine per la Galassia.

La prima battaglia termina quindi con l’eliminazione dei corpi celesti superflui, che non avrebbero potuto garantire la stabilità del Sistema Solare.
La seconda battaglia ha visto protagonisti i corpi minori che ancora popolavano le regioni del Sistema Solare in grandissimo numero. Nel successivo miliardo di anni scagliarono tutta la loro forza distruttiva contro i pianeti superstiti.
Alla fine della guerra, 3,5 miliardi di anni fa, dei miliardi di piccoli corpi celesti e planetesimi che popolavano le zone interne del Sistema Solare non vi era più traccia, mentre i corpi superstiti avrebbero portato, alcuni per sempre, le ferite di uno scontro terribile che non ha conosciuto pietà.
La lotta per la sopravvivenza non è solo una prerogativa degli animali che popolano la superficie della Terra, ma una legge naturale attraverso cui l’Universo effettua le proprie scelte evolutive.

venerdì 20 novembre 2015

Perché alcuni corpi celesti hanno un'atmosfera e altri no?

La Terra ha un’atmosfera abbastanza spessa da regolare la temperatura e permettere alla vita di prosperare.La Luna invece ne è completamente priva.Ma com’è possibile che il corpo celeste a noi più vicino, che sperimenta le identiche condizioni della Terra, sia così diverso?
Perché sulla Luna non vi è atmosfera, rendendo questo corpo celeste del tutto ostile alla vita? 
Eppure molti pianeti possiedono un’atmosfera.I giganti gassosi possono essere considerati addirittura delle gigantesche atmosfere.
Tra i pianeti rocciosi, solamente Mercurio non ha uno stabile e spesso involucro gassoso. Scendendo di dimensioni, possiamo osservare che pochi satelliti naturali possiedono atmosfera, anzi, solamente due: Titano e Tritone, luna di Nettuno. Gli altri ne sono sprovvisti.

Non è difficile scoprire quale sia il primo ingrediente per avere un’atmosfera: le dimensioni. In effetti, mano a mano che si scende di dimensioni, le densità atmosferiche diminuiscono inesorabilmente. Marte, poco più grande della metà della Terra, ha un’atmosfera 100 volte più sottile. La Luna, 4 volte più piccola, non ha atmosfera.

Le dimensioni, però, non sono l’unica variabile in gioco. Titano, ad esempio, è poco più grande di Mercurio, eppure ha un’atmosfera 4 volte più densa di quella terrestre. Addirittura Plutone, più piccolo della Luna, ne possiede una. Qual è la differenza tra questi corpi celesti, di dimensioni non troppo dissimili? La distanza dal Sole.

In effetti, la capacità per un corpo celeste di avere o meno un’atmosfera dipende dalle dimensioni e dalla distanza dal Sole. Perché?
Qualsiasi atmosfera è composta da gas. Le molecole di un gas possono muoversi liberamente e sono molto sensibili alla temperatura. Mano a mano che la temperatura aumenta, le singole molecole acquistano sempre maggiore velocità fino a quando, oltre un certo valore, questa potrebbe essere sufficiente per lasciare il campo gravitazionale del pianeta. In questo caso, quindi, qualsiasi atmosfera si disperderebbe inesorabilmente nello spazio. 

La combinazione tra la velocità delle molecole, quindi tra temperatura, e il campo gravitazionale del pianeta, dato dalle sue dimensioni, è ciò che determina la possibilità per un corpo celeste di trattenere un’atmosfera, determinando anche la sua densità massima e la composizione chimica.
Mercurio, ad esempio, è troppo piccolo e vicino al Sole per trattenere apprezzabili quantità di gas nel suo campo gravitazionale.
Venere, al contrario, ha una massa sufficiente per trattenere massicce quantità di anidride carbonica, ma è troppo piccolo e caldo per riuscire a trattenere gas più leggeri come idrogeno ed elio, proprio come la Terra e Marte.
Questi possono essere trattenuti efficientemente solamente dalle masse dei pianeti giganti gassosi. Non è un caso che questi siano composti per oltre il 90% di idrogeno ed elio, gli elementi di gran lunga più abbondanti nell’Universo.

domenica 23 agosto 2015

Oltre 1000 mie fotografie astronomiche

Ho finito di organizzare e caricare qui tutte le mie fotografie astronomiche scattate nel corso di circa 12 anni di osservazioni del cielo. E' stato un lavoro enorme perché mi sono accorto di aver ripreso oltre 1000 immagini astronomiche(!). Ci sono tutte le mie fotografie digitali (quasi tutte, alcune mancano all'appello ma cercherò di ritrovarle e caricarle), a partire dai primi, goffi e brutti, tentativi fino alle più recenti riprese di questi giorni.

Guardando velocemente la gallery si può capire in modo spettacolare perché l'astronomia, anche contemplativa, non stanca mai: oltre 1000 immagini tutte diverse le une dalle altre e ancora decine di migliaia di soggetti e fenomeni da immortalare. Non basterà una vita per esplorare tutta quella piccola porzione di Universo accessibile a un telescopio amatoriale; non basterà una vita intera per smettere di meravigliarsi di questo incredibile Universo!

giovedì 28 maggio 2015

Osserviamo Saturno!



Maggio e Giugno sono i mesi più favorevoli per trovare e poi osservare al telescopio il pianeta più bello di tutti: Saturno. Ecco qualche spicciolo consiglio per non perdersi lo spettacolo.
Saturno è un pianeta così bello, perfetto e surreale che ogni volta lo si osserva, anche fosse la millesima volta, fa battere forte il cuore e lascia senza respiro. Per osservarlo al meglio serve però un telescopio con almeno 50 ingrandimenti, meglio se sono 200.
Mappa per riconoscere Saturno
Molte persone durante le serate osservative restano così sorprese che mi chiedono, tra lo scherzoso e il serio, se dentro lo strumento non ci sia in realtà una diapositiva, tanto è bella e perfetta l’immagine che si ha di fronte. E in effetti la nostra mente fa e farà sempre fatica ad accettare che quel “coso” visibile dall’apertura del telescopio sia un oggetto talmente distante, grande e allo stesso tempo perfetto, da essere davvero reale. Ed è proprio questa l’emozione più forte che si prova.

Quando lo si osserva per qualche minuto e si forza la mente a capire bene il contesto, si iniziano a provare delle vere e proprie palpitazioni, ben più forti di quelle che ci prendono quando siamo follemente innamorati di una persona. Non è facile da descrivere, anzi, è impossibile, un po’ come è impossibile descrivere l’amore a qualcuno che non l’ha ancora provato. Quindi, il mio consiglio è semplice: non serve un telescopio se non lo abbiamo. Contattiamo l’associazione astrofili più vicina, informiamoci su internet quando è meglio visibile Saturno e facciamocelo mostrare da chi ha un telescopio, meglio se bello potente. Non lo dimenticheremo mai!
Il grande satellite Titano è sempre visibile nello stesso campo del pianeta con qualsiasi strumento. Non vedremo naturalmente i mari e i laghi di metano, ma un semplice puntino che accompagnerà nel cielo il gigante con gli anelli, di gran lunga il pianeta più bello del Sistema Solare.

Saturno in un telescopio da 20 cm a circa 200-300X
Se abbiamo un telescopio ma non siamo ancora molto esperti di osservazione, ecco qualche consiglio pratico:
1)        Individuiamo il pianeta a occhio nudo. Non è difficile. In questo periodo si trova infatti nella costellazione dello Scorpione, basso sull’orizzonte verso sud, sud-est a partire dalle 22, non troppo lontano dalla stella Antares. A parte questo astro di colore rosso, nei paraggi non troveremo altre stelle brillanti quanto il Signore degli Anelli, quindi un punto con la luce ferma che rivaleggia in luminosità con la irrequieta luce di Antares sarà di certo il nostro bersaglio;
2)        Allineiamo il cercatore del telescopio. Questa è sempre un’operazione fondamentale che ci permetterà di trovarlo senza perdere la testa;
3)        Inseriamo un oculare che ci dia tra i trenta e i cinquanta ingrandimenti. Sono ancora un po’ bassi ma questo consentirà di farcelo trovare con più facilità e ce lo farà già apprezzare in modo spettacolare;
4)        Per avere la migliore visione inseriamo un oculare che dia tra i 100 e i 200 ingrandimenti. Andare oltre non è vantaggioso anche perché il pianeta sarà sempre basso sull’orizzonte, quindi facile preda della turbolenza atmosferica che farà ballare tutto;
5)        Godiamoci lo spettacolo a bocca aperta!

martedì 24 dicembre 2013

Domande e risposte: si può sentire il suono sugli altri pianeti?


Il suono che riusciamo a sentire grazie al nostro apparato uditivo è diretta conseguenza di quelle che sono chiamate onde sonore.
Ogni mezzo materiale, sia esso solido, liquido o gassoso, prevede la propagazione delle onde sonore. Nell’atmosfera terrestre l’aria rappresenta il mezzo di propagazione ideale per le onde sonore, ma anche nell’acqua riusciamo ugualmente a percepire suoni.
Nello spazio aperto la densità del gas è così scarsa che possiamo considerarlo vuoto e di conseguenza non riusciamo a sentire alcun suono perché non vi sono onde sonore che il nostro orecchio riesce a sentire.
Ma le cose cambiano su corpi celesti dotati di atmosfera. Sulla superficie di Marte e Venere, ad esempio, le nostre orecchie potrebbero udire perfettamente i suoni. Anche su Titano, satellite di Saturno con un’atmosfera quattro volte più densa della Terra, i suoni potrebbero sentirsi senza problemi. 
 
La diversa composizione chimica e densità di questi involucri gassosi ci farebbe percepire suoni diversi. È probabile che su Marte risultino più acuti rispetto alla Terra, un po’ come succede quando si respira l’elio. Su Titano potrebbero sembrare leggermente più ovattati, mentre su Venere, se mai qualcuno un giorno dovesse provarci, probabilmente il suono sarebbe simile a quando ci troviamo sott’acqua a causa della spessa atmosfera, la cui densità raggiunge ben il 6,5% di quella dell’acqua.

Purtroppo fino a questo momento non abbiamo alcuna prova di come si sentirebbero i suoni su questi corpi celesti. Solamente due sonde nella storia hanno trasportato dei microfoni per registrare il suono. Ma la prima, Mars Polar Lander, si è schiantata sulla superficie del pianeta rosso nella fase di atterraggio e per quanto riguarda la seconda, Marx Phoenix, i tecnici hanno rilevato un bug nel software di gestione della videocamera che avrebbe dovuto registrare immagini e suoni durante la discesa, quindi per non rischiare hanno deciso di non attivarla.
Anche nelle atmosfere dei pianeti gassosi si dovrebbe sentire il suono. Il problema è che non avendo una superficie sulla quale atterrare, sarà ben difficile che qualcuno vi trasporti un microfono!

martedì 5 novembre 2013

Domande e risposte: quanto sono violenti i venti sugli altri pianeti?

Qui sulla Terra un vento che spira a 100 km/h è sufficiente per impedirci di stare in piedi. Se dovessimo per caso trovarci in un uragano con venti a 200 km/h voleremmo letteralmente via a causa dell’enorme forza esercitata dall’aria su di noi.
La Terra non è l'unico pianeta del Sistema Solare sul quale spirano venti molto violenti, quindi viene da chiederci quali potrebbero essere i danni causati su un impavido astronauta che dovesse un giorno atterrare su quelle remote superfici planetarie.
Purtroppo il gioco è impossibile da fare per tutti i pianeti gassosi, anche se qualcosa potremo dire lo stesso, partendo proprio dai corpi sui quali si potrebbe atterrare.
Marte è sicuramente il pianeta più indicato, tanto che in un futuro non troppo lontano è certo che l’uomo vi metterà piede. Sì, ma come sopravvivere ai venti che superano i 200 km/h durante le tempeste? 

In realtà la velocità del vento non indica direttamente quanti danni potrebbe causare perché non abbiamo considerato una variabile fondamentale: la densità dell’aria in movimento.
L’atmosfera di Marte è molto meno densa della nostra, con il risultato che, calcoli alla mano, un vento pari a 200 km/h ha la stessa forza di una moderata brezza che spira a 20-25 km/h, decisamente poco per creare dei problemi! A riprova di quanto detto, la debole forza del vento marziano è stata sfruttata da un rover che gettandosi dentro una tromba d’aria è riuscito a ripulire i pannelli solari pieni di polvere, senza subire alcun danno.
L’apparenza continua a ingannare anche su Venere. Se le sommità delle nubi sperimentano venti fortissimi ma pressioni bassissime, sulla superficie un vento a 5 km/h avrebbe la stessa forza di un nostro vento a oltre 40 km/h, questa volta decisamente disturbante per un astronauta che dovesse trovarsi a camminare nel forno venusiano, o per qualsiasi capsula automatica che dovesse giungere un giorno.
Per i pianeti gassosi, sebbene non potremo mai sperimentare sulla nostra pelle l’effetto dei loro venti, tutto dipende quindi dalla pressione dello strato atmosferico che li genera. Le tenui nubi di Nettuno, ad esempio, dovrebbero essere molto più rarefatte dell’aria terrestre e il vento spaventoso di 2000 e passa km/h dovrebbe risultare meno violento.
Il vento solare rappresenta il caso limite. Con una densità di miliardi di miliardi di volte inferiore alla nostra atmosfera al livello del mare non produrrebbe danni neanche a una formica, almeno dal punto di vista della forza.

mercoledì 5 giugno 2013

Per i fotografi dei pianeti: eccovi decine di immagini grezze da elaborare

Nel mio libro dedicato all'imaging planetario in alta risoluzione: Tecniche, trucchi e segreti dell'imaging planetario, faccio vedere passo passo come elaborare decine di immagini planetarie, soprattutto nel capitolo riguardante i singoli corpi celesti.

Facciamo pratica nell'elaborazione
Nel pieno spirito di condivisione scientifica e trasparenza, ho allestito una pagina web nella quale sono disponibili molte delle immagini grezze che ho elaborato nel testo.
Ogni immagine ha i riferimenti alla pagina in cui compare nel libro, così ognuno di voi può divertirsi a seguire i consigli e far pratica con la difficile "arte" dell'elaborazione e, spero, imparare qualcosa di questa affascinante disciplina.
Se siete interessati al testo, vi consiglio la versione in PDF ad alta risoluzione, così le immagini sono a colori e perfettamente visibili per un confronto diretto. Se siete interessati la trovate qui.
La pagina nella quale scaricare più di 30 immagini raw è questa (e se volete sapere come si elaborano, allora regalatemi un paio di euro e acquistate il libro).
Mi raccomando, usate le immagini per far pratica e/o lezioni senza scopo di lucro, ma citate sempre il mio nome e non vi appropriate della ripresa!

Buon divertimento!

lunedì 27 maggio 2013

Alla ricerca della sfera di Dyson



Questo post è tratto dal mio libro "Vita nell'Universo: eccezione o regola?", disponibile in ebook Kindle, in PDF ad alta risoluzione e in versione cartacea. 

Con la scoperta di pianeti extrasolari simili alla Terra, alcuni dei quali molto più vecchi del nostro, è possibile immaginare, con un po’ di ottimismo, che alcune civiltà abbiano superato il momento autodistruttivo che noi stiamo attraversando da 70 anni e si trovino in un periodo di sviluppo tecnologico sostenibile molto più avanzato del nostro.
Questa considerazione ci porta a immaginare che le civiltà evolute abbiano prima o poi superato i problemi che attanagliano noi, e si pensa qualsiasi specie che a un certo punto necessita di maggiori risorse di quelle disponibili sul proprio pianeta per continuare a evolvere.
Il primo problema è sicuramente di natura energetica.
I combustibili fossili hanno una durata molto limitata; il nucleare attraverso la fissione pure, mentre la fusione è per noi ancora lungi dall’arrivare (se mai si dovesse rivelare efficiente). L’unica fonte di energia rinnovabile per miliardi di anni è quella emessa dalla stella stessa. A parte una frazione infinitesima che riscalda il pianeta e rende possibile tutti i processi biologici, oltre il 99% della radiazione stellare si disperde semplicemente nello spazio.
Un fisico britannico, Freeman Dyson, ha ipotizzato che una specie evoluta potrebbe trovare vantaggioso circondare il proprio astro di una flotta di sonde con il compito di immagazzinare l’energia e poi utilizzarla. Le migliaia di astronavi finirebbero per costituire una specie di sfera attorno alla stella, ribattezzata sfera di Dyson.

Una semplice sfera di Dyson
Impossibile? Fantascienza pura?
Guardiamo la Terra da lontano e scopriremo che involontariamente e caoticamente una specie di sfera di Dyson l’abbiamo già costruita con migliaia di satelliti immessi nelle basse orbite.
Probabilmente, se vivremo abbastanza a lungo, anche noi un giorno dovremo pensare a una soluzione di questo tipo (per ora è troppo efficiente e democratica per noi che siamo ancora in piena fase autodistruttiva).
Una consistente sfera di Dyson dovrebbe assorbire una rilevante quantità di luce stellare e rendersi quindi visibile attraverso misure spettroscopiche come dei segnali anomali e inspiegabili nello spettro delle stelle. L’aumento della temperatura di questi ipotetici pannelli solari causato dalla radiazione stellare dovrebbe essere visibile come un eccesso di infrarosso.
Sembra fantascientifico o quantomeno azzardato, ma una ricerca in tal senso è stata effettivamente condotta, se non altro perché quasi gratuita. Per scoprire anomalie nella parte infrarossa dello spettro un gruppo di ricerca del Fermilab (Chicago) ha analizzato scrupolosamente i dati di un satellite, IRAS, disponibili ormai da diversi anni a tutti gli istituti di ricerca. Su 250.000 stelle sparse nel 96% dell’intera volta celeste, sono stati individuati 17 possibili candidati, tra cui 4 mostrano anomalie interessanti che richiedono maggiori approfondimenti e che al momento non è possibile spiegare attraverso qualche fenomeno naturale conosciuto.
Il candidato migliore che sembrerebbe soddisfare i calcoli e le proprietà di una sfera di Dyson costruita secondo le nostre attuali conoscenze è IRAS 20369-5131.
I promotori della ricerca affermano che con i dati di IRAS è possibile in teoria scoprire sfere di Dyson fino a una distanza di circa 1000 anni luce. Potrebbe essere una ricerca infruttuosa, forse, ma perché non continuare visto che ha costi irrisori e la nostra tecnologia non soffre, come invece succede per l’individuazione di pianeti extrasolari di tipo terrestre?

lunedì 6 maggio 2013

Astronomia per tutti: volume 5

E' disponibile la copia in formato Kindle e per tutti i lettori di ebook oppure il formato PDF con immagini ad alta risoluzione.
 
Impegnato con l'uscita dell'ultimo libro e con il concorso per scegliere il titolo (a proposito, se non avete partecipato fatelo! Avete tempo fino al 17 maggio!), mi sono quasi dimenticato di informarvi che è uscito puntualmente il nuovo volume di "Astronomia per tutti".
Ci sono molti spunti interessanti per questo mese, sia per quanto riguarda l'astronomia pratica che teorica. 
Astronomia per tutti: volume 5!

Finalmente usciremo all’aperto per affrontare la prima osservazione sotto un cielo stellato, senza Luna e lontano dalle luci delle città. Il nostro obiettivo è semplice: cominciare a riconoscere le costellazioni aiutandoci con una torcia rossa e le inseparabili mappe. Ci vorrà un po’ di pazienza, ma con qualche giorno di pratica diventeremo esperti delle vie del cielo.

Nello spazio dedicato alla fotografia astronomica cominceremo a utilizzare una fotocamera reflex con il nostro telescopio, meglio, con la sua montatura equatoriale per ottenere immagini a lunga esposizione e grande campo della volta celeste.

Nella categoria della ricerca amatoriale vedremo un po’ di teoria riguardante le fonti di rumore e le incertezze. Conoscere i nostri “nemici” ci aiuterà a spingere al limite la strumentazione e ci aprirà moltissime possibilità, tra cui la rilevazione di pianeti extrasolari.

Il tema di astrofisica riguarda i moti propri delle stelle.
Benché noi non ce ne accorgiamo perché viviamo troppo poco, tutti gli astri del cielo si spostano lentamente. Il risultato? Sorprendente: le stelle che vedevano i dinosauri 65 milioni di anni fa erano completamente diverse dalle attuali. Noi stiamo osservando semplicemente un’istantanea di un Universo in continuo cambiamento.

Nella categoria astronautica vedremo finalmente le gesta di quegli uomini eroici che negli anni sessanta e settanta misero piede sulla Luna. Dallo strepitoso successo di Apollo 11 alla tragedia sfiorata di Apollo 13, fino all’ultima, triste missione di Apollo 17 che ha dato l’addio al suolo lunare e a un periodo di esplorazione spaziale che non si è più ripetuto.

Il volume si concluderà con una breve carrellata dei più affascinanti, intriganti e misteriosi satelliti naturali. Alcuni come Titano ed Europa sono così complessi che potrebbero addirittura nascondere forme di vita extraterrestri.

E' disponibile la copia in formato Kindle e per tutti i lettori di ebook oppure il formato PDF con immagini ad alta risoluzione.
A breve sarò disponibile anche la copia cartacea, sempre su amazon

mercoledì 3 aprile 2013

Domande e risposte: Quanto tempo impiega il Sole a ruotare attorno al centro della Via Lattea?



Proprio come un gigantesco sistema planetario, stelle, pianeti, nebulose e ammassi stellari ruotano attorno al centro della Via Lattea, descrivendo delle orbite quasi perfettamente circolari. Senza questo movimento tutte le stelle cadrebbero verso il centro e la stessa Galassia collasserebbe su se stessa. 

Alla incredibile velocità di oltre 200 km/s il Sole si trascina tutti i pianeti nel suo percorso orbitale attorno al centro della Via Lattea.
Anche in questo caso noi non ci accorgiamo di questo movimento velocissimo, perché non abbiamo punti di riferimento che cambiano posizione. La situazione è come quando si è a bordo di un treno o di una nave in procinto di partire e si osserva un altro veicolo passarci di fianco: come facciamo a dire se siamo noi che ci muoviamo, se sono gli altri, oppure entrambi? Dobbiamo guardare il suolo e capire se siamo fermi o in movimento rispetto a esso. 

Abbiamo quindi imparato una cosa molto importante: quando ci muoviamo di un moto uniforme e costante non sentiamo la velocità se non abbiamo punti di riferimento da osservare.
Il Sole e i pianeti si trovano a circa metà strada tra il centro e i confini esterni della Via Lattea, a  26.000 anni luce dal grande buco nero centrale.
Nonostante la grandissima velocità, il percorso orbitale da compiere è davvero esteso, circa 160.000 anni luce.
Di conseguenza, il tempo impiegato per compiere un giro completo è pari a circa 225 milioni di anni!

Naturalmente nessuno di noi potrà mai sognare di vivere per un tempo così lungo, ma in 4,6 miliardi di anni di vita il Sistema Solare ha compiuto oltre 20 orbite complete attorno alla Galassia, percorrendo qualcosa come 3 milioni e 200 mila anni luce!

E chissà quale cielo potevano osservare i dinosauri circa 100 milioni di anni fa, quando ci trovavamo esattamente dalla parte opposta del disco galattico. Stelle, costellazioni, persino le galassie visibili in quei cieli erano totalmente diverse dai punti che si accendono ora ogni notte sopra le nostre teste.

martedì 5 marzo 2013

Terza edizione del libro: Primo incontro con il cielo stellato

Primo incontro con il cielo stellato, terza edizione disponibile su Amazon! 

Grazie al prezioso aiuto di un amico, Salvatore Damato, che mi ha dato preziosi consigli e mi ha segnalato tutti gli errori, ho rimesso mano al libro "Primo incontro con il cielo stellato, edizione estesa", inserendo anche qualche nuovo paragrafo e trasformandolo nella terza (e definitiva) edizione. Ne ho approfittato anche per cambiare piattaforma: da Lulu ad Amazon, riuscendo ad abbassare il prezzo e azzererare o quasi le spese di spedizione.
Terza edizione del libro


Di cosa parla il libro "Primo incontro con il cielo stellato", terza edizione (estesa)?

E' semplicemente il manuale per l'osservazione del cielo più completo in lingua italiana. Una guida semplice e dettagliata, scritta da un astrofilo per gli astrofili, su come iniziare a orientarsi e osservare le meraviglie del cielo stellato. Gli 8 capitoli affrontano passo passo il percorso necessario per diventare astronomi dilettanti: dall'osservazione a occhio nudo a quella binoculare, concludendosi con la scelta del primo telescopio e preziosi consigli su come osservare gli oggetti celesti. L'ultimo capitolo comprende mappe e gli oggetti da osservare delle 58 costellazioni visibili dai cieli italiani. L'astronomia non è mai stata così semplice e divertente!

E' un manuale completo che vi durerà una vita e potrà rappresentare un valido punto di riferimento per risolvere dubbi o incertezze anche dopo che avrete familiarizzato con il cielo.

Grazie all'autopubblicazione è stato possibile non limitare il numero di pagine e mantenere basso il prezzo: non esistono libri di astronomia di 560 pagine venduti a meno di 19 euro!

Dove lo potrete acquistare? La copia cartacea si trova qui su Amazon!

Buona lettura!

lunedì 25 febbraio 2013

L'ultimo libro: Tecniche, trucchi e segreti dell'imaging planetario

Aggiornamento: qui è possibile scaricare la prefazione, l'indice e l'introduzione per avere meglio idea della struttura del libro.

Quando tempo fa ho detto di voler smettere di scrivere non stavo mentendo. Le mie intenzioni non sono cambiate, ma prima di finire avevo ancora alcuni manoscritti da correggere e terminare che non potevano andare persi.
Anzi, nel corso di quesi ultimi mesi sono giunto anche a un altro addio: quello alle riprese in alta risoluzione dei corpi del Sistema Solare.

Mio libro sull'imaging planetario
Per salutare degnamente gli ultimi 10 anni della mia vita passati con il telescopio quasi sempre puntato tra i pianeti, ho deciso di terminare il lavoro che avevo iniziato ormai un paio di anni fa e poi avevo abbandonato. Il mio intento è quello di lasciare in eredità a chi ne ha voglia e passione, quella stessa che mi ha accompagnato per tanto tempo, tutto quello che ho imparato, da solo, sulle riprese in alta risoluzione. I miei sogni li ho vissuti ma non posso più permettermi i lusso di farlo.

Spesso gli astroimager più preparati tecnicamente tengono ben nascoste le preziose tecniche che gli permettono di ottenere risultati migliori degli altri. Io ho deciso di rompere questo muro di omertà e rivelare senza filtri tutto quello che nessun libro, nessuna conferenza e neanche nessuna confidenza amichevole ha mai svelato.
Non ho mai creduto ai segreti nella scienza, piuttosto alla condivisione di dati ed esperienze; questo è il mio piccolo contributo.

Nel libro si trovano molti esempi di elaborazione e ripresa ottenuti con la mia strumentazione e per facilitare la comprensione ho messo a disposizione in un apposito spazio all'interno del mio sito (il link si trova nel libro) molte delle immagini (più di 40) grezze. Così possiamo finalmente far pratica, riprodurre i passi descritti nel testo e confrontare la qualità delle riprese con quelle ottenute con i vostri strumenti.

Come solito sono disponibili pù versioni:
-  L'edizione cartacea si trova su Lulu e Amazon.it  (stampa in bianco e nero)
-  L'edizione Kindle è qui
-  L'edizione digitale in formato PDF con immagini in alta risoluzione è invece disponibile qui.

Se acquistate l'edizione cartacea avete diritto anche a quella in PDF senza spendere un euro. Basta mandarmi una mail a : infoATdanielegasparri.com sostituendo AT con @

Continuerò naturalmente a fare divulgazione con il progetto "Astronomia per tutti" che pesca da tutti i testi pubblicati e crea un corso trasversale attraverso tutti i livelli dell'astronomia.
L'astronomia in Italia non ha mai pagato, l'editoria è a un punto morto, figuriamoci cosa succede all'editoria indipendente astronomica. Lo dico io: 12 libri pubblicati mi rendono ben 100 euro al mese quando va bene e alcuni di questi si trovano costantemente in cima alle classifiche di vendita della categoria astronomia di Amazon(!).
Quei due volumi messi a disposizione gratuitamente vendono invece quasi le copie dei bestseller: fino a 20 al giorno ciascuno, vale a dire quasi settemila l'anno, che moltiplicato i due euro che avrei ricevuto se li avessi messi a pagamento mi avrebbero concesso di continuare a sognare.
Un giorno, se avrò voglia, farò meglio i conti e li renderò pubblici perché visti con occhi esterni potrebbero sembrare pure divertenti. Di sicuro lo sono per qualcuno che vive in un Paese normale, non in questo.

lunedì 4 febbraio 2013

Domande e risposte: Quanti anni ha il Sistema Solare?

Con questa rubrica settimanale risponderò velocemente a semplici domande, spesso curiosità, riguardanti l'astronomia teorica: dai pianeti del nostro Sistema Solare alle teorie più strane e peculiari per spiegare la nascita e il futuro dell'Universo.
Le risposte saranno date nel modo più chiaro e semplice possibile, affinché chiunque possa riuscire a meravigliarsi di questo incredibile Cosmo.


 
Come tutte le strutture dell’Universo, anche il Sistema Solare ha avuto un’origine e conoscerà una fine.
Il fatto che durante le nostre vite ci sembri sempre lo stesso, è dovuto esclusivamente alla differenza tra la nostra scala dei tempi e quella dell’Universo.
Secondo le nostre esperienze, un intervallo di tempo di 100 anni è probabilmente il massimo che una vita umana riesce ad affrontare. Tutta la nostra civiltà non ha una storia più antica di 10.000 anni. La nostra specie non va oltre i 2 milioni di anni e ci sembrano già un’infinità.
Per l’Universo questi enormi intervalli di tempo assomigliano a uno schiocco di dita, o al limite a uno sbadiglio.
Il Sistema Solare non fa di certo eccezione.
Attraverso lo studio approfondito delle rocce, terrestri e soprattutto extraterrestri (altri pianeti, meteoriti), gli astronomi cono arrivati a datare in modo piuttosto preciso l’età del Sistema Solare: 4,568 miliardi di anni fa, con un errore di +/- 2 milioni di anni.
Prima di questa data non esistevano rocce, quindi neanche i pianeti, né il Sole.
Il processo di formazione delle prime rocce ha probabilmente richiesto diversi milioni di anni, quindi possiamo affermare che il Sistema Solare ha presumibilmente iniziato a formarsi 4,6 miliardi di anni fa.
Cosa c’era prima? Semplicemente una nebulosa, un’immensa distesa di gas dalla quale poi sarebbe nato il Sole e i pianeti?
E ancora prima? Probabilmente altre stelle, la cui esplosione ha disseminato lo spazio del prezioso gas utilizzato poi dal Sole e dai pianeti per formarsi. 

Quale sarà l’evoluzione del Sistema Solare?
Il destino del nostro sistema planetario è indissolubilmente legato al Sole. Come tutte le stelle non potrà vivere in eterno. Tra circa 4,5 miliardi di anni si troverà a secco di carburante. Prima si contrarrà, poi si espanderà violentemente diventando 100 volte più grande di adesso, inglobando Mercurio, Venere e probabilmente anche la Terra.
Dopo qualche centinaio di milioni di anni anche il combustibile residuo finirà e il Sole si lascerà lentamente morire.
Il nucleo collasserà sotto il suo stesso peso, formando un oggetto poco più grande della Terra ma migliaia di miliardi di volte più denso. Gli strati esterni, invece, verranno espulsi, restituendo di nuovo all’Universo ciò che aveva preso in prestito ormai 10 miliardi di anni prima.
I pianeti rimanenti continueranno a orbitare attorno al nucleo collassato, chiamato nana bianca, che lentamente, molto lentamente, si raffredderà e si spegnerà.
Il sipario calerà su questo sistema planetario, ma il ciclo dell’Universo continuerà anche grazie a parte del gas che il nostro Sole avrà deciso di restituire al cosmo.

mercoledì 2 gennaio 2013

Corso di astronomia pratica e teorica a fascicoli mensili

Il silenzio delle passate settimane su questo blog non è stato causato da un'improvvisa perdita di memoria che mi ha cancellato ogni ricordo, piuttosto dalla mancanza di tempo a seguito di un paio di progetti che stanno finalmente vedendo la luce.

Il primo, che inizia proprio con il nuovo anno (a proposito, auguri a tutti) ve lo presento in questo post.

Nuovo progetto: fascicoli di astronomia pratica e teorica
Guardando bene tutti i miei libri, i cui argomenti spaziano dalle galassie alla scelta del primo telescopio, da come si scopre una cometa al destino dell'Universo, mi sono accorto, involontariamente, di aver trattato quasi tutti i principali temi dell'astronomia pratica e teorica.

Ho quindi deciso di iniziare una serie di pubblicazioni con cadenza mensile nelle quali agli estratti dei miei libri affianco argomenti inediti, andando a creare una specie di "enciclopedia" a volumi che abbraccia tutte le principali categorie dell'astronomia pratica e teorica.

Il titolo, neanche a farlo apposta, è quello di questo blog: "Astronomia per tutti".
L'idea è semplice: invece di trattare un argomento specifico come un classico libro di astronomia, ne inizio 5-6 che porto avanti mese dopo mese, creando una specie di corso che accompagna il lettore passo passo verso una comprensione migliore dei campi di studio e di osservazione dell'Universo, e lasciando il tempo per digerire i concetti più delicati.

Tutti i volumi saranno pubblicati con cadenza mensile e solamente in formato digitale: PDF e Kindle. 
Il primo volume è già uscito, disponibile per il download gratuito in PDF qui, o su Amazon per Kindle al prezzo minimo consentito. Si tratta di una versione beta liberamente accessibile.
I prossimi volumi invece, saranno distribuiti al prezzo simbolico di 2,5 euro.

Vi riporto qui la sinossi di questo primo "numero", sperando di incuriosirvi abbastanza per seguire anche le prossime uscite.

Un classico libro di astronomia tratta, generalmente, di un particolare argomento e si esaurisce nel momento in cui si sfoglia l’ultima pagina, lasciando magari un pizzico di amaro in bocca per la conclusione di un’avventura che per breve tempo ci ha fatto sognare.
“Astronomia per tutti” vuole invece essere una collana, pubblicata con cadenza mensile, nella quale si sviluppano passo passo tutti gli argomenti principali dell’astronomia pratica e teorica.
Nelle sei categorie (Neofiti, Astrofotografia, Ricerca amatoriale, Astronomia teorica, Astronautica e Attualità) verranno affrontati tutti i più grandi temi di questa affascinante materia, indirizzando il lettore mese dopo mese, qualsiasi sia la sua esperienza e i propri interessi, verso una maggiore comprensione dell’immenso e meraviglioso tappeto di stelle proprio sopra le nostre teste.
Apprenderemo insieme come osservare il cielo e con quali telescopi, come effettuare incredibili progetti di ricerca, tra cui la scoperta di pianeti al di fuori del Sistema Solare, quali costellazioni e oggetti del cielo profondo osservare al meglio, cosa sono i buchi neri, quale il destino dell’Universo, come si effettuano le meravigliose fotografie astronomiche che inondano la rete, quali le gesta dell’esplorazione spaziale e le ultime scoperte nel campo della ricerca professionale…
Al termine di questo viaggio a spasso per l’Universo ci ritroveremo, magari, sotto quel cielo stellato da dove tutto ha avuto inizio e guardando verso l’infinito potremo affermare che l’Astronomia è davvero per tutti.

Il volume di Gennaio si trova a questo indirizzo in formato PDF gratuito, e a questo indirizzo in formato Kindle

L'uscita del prossimo volume è prevista per gli ultimi giorni di Gennaio, sempre sugli stessi canali, quindi qui sulla mia vetrina autore di Lulu, o qui per il Kindle di Amazon