Visualizzazione post con etichetta vita extraterrestre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita extraterrestre. Mostra tutti i post

venerdì 2 maggio 2014

Perché siamo qui?



Questo post è estratto dal mio libro: "Conoscere, capire, esplorare il Sistema Solare", disponibile in formato elettronico e cartaceo su Amazon.it

Poco dopo la formazione del Sistema Solare, la Terra era molto diversa dall’ambiente che conosciamo attualmente.
L’atmosfera era simile a quella di Titano, con una consistente quantità di azoto e la quasi totale assenza di ossigeno, fuggito nello spazio o legatosi all’idrogeno per formare l’acqua.
Contrariamente a Venere e a Marte, che rappresentano gli antipodi dell’evoluzione planetaria, la fortuna iniziale della Terra è stata probabilmente quella di trovarsi alla giusta distanza dal Sole e di avere le dimensioni adatte. 

La distanza dal Sole superiore a quella di Venere ha impedito lo sviluppo di un effetto serra così marcato e consentito alle rocce di catturare l’anidride carbonica presente in cospicue quantità nell’atmosfera primordiale. Le dimensioni maggiori di quelle di Marte hanno permesso di trattenere l’atmosfera, anche grazie alla persistenza del campo magnetico, al contrario di quella del pianeta rosso che nel corso di un miliardo di anni si è persa per gran parte nello spazio, alterando profondamente un ecosistema probabilmente ricco di acqua liquida.

Le prime forme di vita sono presumibilmente nate nelle calde acque di quel grande e unico oceano che veniva chiamato brodo primordiale.
La diffusione della vita anaerobica e fotosintetica ha lentamente cambiato l’atmosfera del pianeta, trasformando l’anidride carbonica in prezioso ossigeno e moderando nella giusta quantità l’effetto serra.

Dopo miliardi di anni di evoluzione, l’atmosfera della Terra si è scoperta profondamente cambiata e pronta a ospitare le prime forme di vita che utilizzano l’ossigeno per i loro processi metabolici.
L’equilibrio che si è andato a creare tra la produzione di anidride carbonica e di ossigeno ha permesso alle specie vegetali e animali di continuare a sopravvivere in armonia.
Senza il prezioso contributo di entrambi, l’atmosfera della Terra non avrebbe mai raggiunto un punto di equilibrio stabile. Senza l’apporto della vita vegetale tutto l’ossigeno creatosi si sarebbe di nuovo trasformato in anidride carbonica, facendo estinguere le specie che lo utilizzavano in favore di un nuovo sviluppo delle forme di vita anaerobiche. Probabilmente la vita non si sarebbe mai estinta, ma l’evoluzione delle specie non avrebbe potuto procedere.
Fortunatamente le cose non hanno seguito questo poco piacevole ciclo, ma si sono stabilizzate su un periodo di tempo sufficientemente lungo da consentire l’evoluzione di specie sempre più complesse e intelligenti.

Questa analisi non è naturalmente completa, né vuole esserlo, anche perché tutte le variabili in gioco non sono chiare neanche ad astronomi e biologi.
Quello che ci appare è un incastro così perfetto che alcuni potrebbero vederci una mano divina. Qualunque sia il vostro pensiero a riguardo, merita rispetto e proprio per questo non esprimerò la mia opinione personale.

Mi piace però fare un ragionamento logico molto semplice.
Solamente nella nostra Galassia gli astronomi hanno stimato almeno altri 100 miliardi di sistemi planetari, arrivando alla conclusione che il numero di pianeti potrebbe essere addirittura superiore alle stelle.
L’Universo a noi accessibile, detto Universo osservabile, contiene almeno 300 miliardi di galassie. Se ognuna ha circa 100 miliardi di sistemi planetari, il numero di pianeti esistenti in questa porzione di Universo è davvero inimmaginabile.
Se lo sviluppo della vita così come la conosciamo ha richiesto la perfetta combinazione di condizioni così particolari, nelle infinite possibilità che l’Universo si è creato con un numero di pianeti superiore alla nostra immaginazione, non appare affatto impossibile che una di queste combinazioni abbia portato alla nostra nascita, in qualche angolo dell’Universo.

Perché proprio la Terra allora? Perché siamo qui a discutere delle nostre origini e delle meraviglie del cosmo?
Noi siamo il risultato cosciente di una delle infinite combinazioni provate dall’Universo. Se ci sembra tutto così unico e straordinariamente perfetto, è semplicemente perché non potrebbe essere altrimenti, poiché questa è l’unica combinazione che ci ha dato la possibilità di esistere per porci queste domande.
Mi spiego meglio aiutandomi con un esempio.

Vincere al superenalotto è un’impresa molto difficile.
Ci sono circa 622 milioni di combinazioni possibili e solamente una è quella esatta. Se giocassimo una schedina, la probabilità che i sei numeri estratti combacino con i nostri sarebbe quasi nulla, con il rischio molto alto di non vincere neanche tentando per 100 anni.
Se invece 622 milioni di persone si accordassero per giocare ognuno una combinazione differente, allora sicuramente una, in qualche parte del mondo, avrà indovinato la sestina vincente di quella specifica estrazione.
È certo che quel fortunato vincitore si chiederà perché proprio a lui è capitato un evento al limite dell’impossibile.
Il ragionamento razionale ci dice che doveva per forza verificarsi, perché tutte le combinazioni erano state tentate.
L’analisi logica suggerisce che qualsiasi vincitore si sarebbe posto esattamente le stesse domande.
Questa esperienza ci fa capire meglio quello che è stato detto poche righe sopra: per quanto improbabile, se un evento non è impossibile a priori prima o poi nella vastità dell’Universo si realizzerà.

È normale sentirsi fortunati a essere il risultato di questa combinazione vincente, proprio come il vincitore della lotteria. E proprio come in quel caso, prima o poi a qualcuno doveva pur succedere!
Il problema è, piuttosto, un altro.
Nelle estrazioni del superenalotto siamo coscienti del fatto di non aver vinto e magari un po’ delusi; nel caso della lotteria che crea la vita senziente, invece, solamente la combinazione vincente crea esseri in grado di porsi queste domande.
I “perdenti” non hanno la possibilità di rendersene conto, perché semplicemente non esistono.

Questo ragionamento ci porta anche a un’altra deduzione logica. Il fatto che almeno sulla Terra esista vita intelligente è di un’importanza fondamentale: significa che questo evento nell’Universo non è impossibile. Se si è verificato una volta, pur con tutte le numerose variabili richieste, potrebbe verificarsi benissimo altre volte.
L’Universo ha spazio e tempo in abbondanza per provare a indovinare la sestina vincente più di una volta; anzi, probabilmente il numero di combinazioni giocate è di gran lunga superiore a quelle possibili, cioè al numero totale di pianeti.

Non sappiamo quanto valga il rapporto tra il numero delle combinazioni giocate e quelle possibili, altrimenti avremmo un’idea abbastanza chiara del numero di pianeti abitati nell’Universo.
Sarebbe però presuntuoso considerarsi gli unici vincitori della lotteria che ci ha regalato la vita.

Tutto questo non si scontra affatto con il lato spirituale e religioso, perché scienza e logica non potranno mai rispondere in modo adeguato alle domande fondamentali, che in questi casi potrebbero essere: “Perché tra le innumerevoli combinazioni possibili c’è anche quella che genera vita senziente? Perché l’Universo esiste e funziona in questo modo? Chi o cosa ha deciso le combinazioni e fa le estrazioni?”
Per queste domande la logica rappresenta nient’altro che una delle infinite risposte, tutte ugualmente vere e allo stesso tempo false, che il nostro straordinario intelletto è in grado di regalarci.

martedì 29 aprile 2014

Pianeti extrasolari: L'indice di abitabilità planetaria

Terminiamo l'analisi dell'abitabilità di un pianeta extrasolare introducendo l'importante concetto di Indice di abitabilità planetaria.
Questo post è estratto dal mio libro: "Vita nell'Universo: eccezione o regola?"

Un’altra sigla inglese, questa volta identificata come PHI (Planetary Habitable Index, indice di abitabilità planetaria), cerca in qualche modo di approfondire la possibilità che un pianeta ha di ospitare forme di vita, quindi di mettere a disposizione di un qualsiasi ecosistema tutta una serie di richieste in modo da garantirne la sostenibilità su un lungo periodo temporale.

L'indice di abitabilità applicato a corpi celesti conosciuti
L’indice PHI non è quindi costruito a immagine e somiglianza della Terra (come l’ESI), ma sulle (presunte) esigenze di qualsiasi forma di vita, anche esotica.
L’indice di abitabilità planetaria prende quindi in considerazione aspetti molto più generici:
  • La presenza di un qualsiasi liquido in superficie o nel sottosuolo con la funzione di aggregatore di materiale biologico;
  • La composizione chimica della superficie, in particolare l’esistenza di molecole organiche, ma anche di azoto, fosforo e zolfo, componenti delle molecole biologiche;
  • La disponibilità di risorse energetiche: luce solare, calore residuo all’interno del pianeta, forze mareali dovute alla stella, a un altro pianeta o un satellite, e presenza di elementi chimici in grado di reagire chimicamente e produrre energia;
  • Infine le richieste superficiali: un’atmosfera, una crosta solida e un campo magnetico in grado di proteggere le forme di vita.
Come possiamo vedere non si fanno ipotesi, ad esempio, su quale sia il liquido superficiale o quale debba essere la composizione atmosferica o la distanza dalla stella; chiediamo solamente lo stretto necessario affinché molecole organiche possano avere una superficie su cui poggiare, un liquido per prosperare, energia per i processi e una protezione dalle insidie dello spazio aperto e della propria stella, lasciando aperte le possibilità che si sviluppino nei modi più disparati possibili.

È ancora una definizione parziale, perché magari ci sono altre caratteristiche che possono favorire lo sviluppo della vita (ad esempio, potrebbe non essere necessaria una superficie solida), ma siamo sicuramente più avanti dell’indice ESI visto nel post precedente.

Secondo questa nuova classificazione, Titano diventerebbe un luogo migliore di Marte, il primo candidato nel Sistema Solare a ospitare forme di vita oltre alla Terra (che non avrebbe neanche il punteggio pieno perché carente dell’energia derivante da forti interazioni mareali). La nostra Luna, d’altra parte, scivola all’ultimo posto perché non soddisfa pienamente neanche una categoria. Non ci sono liquidi, non ci sono tutte le fonti energetiche richieste, non ci sono le condizioni superficiali (solo la presenza di rocce), e neanche tutti gli elementi chimici per sostenere delle forme di vita. 
Sotto questo punto di vista si apre, anche nel Sistema Solare, la possibilità che forme di vita abbiamo attecchito anche laddove nessuno scienziato pensava fino a pochi anni fa.

venerdì 22 novembre 2013

Vita extraterrestre nel futuro del Sistema Solare?



Tra circa 5 miliardi di anni il Sole dovrebbe entrare nelle fasi finali della propria vita. L’idrogeno al centro scarseggerà, il nucleo si contrarrà aumentando di temperatura fino a 100 milioni di gradi e innescando la fusione dell’elio. Contemporaneamente gli strati esterni si espanderanno spazzando via Mercurio, Venere e probabilmente la Terra, ponendo fine per sempre al dominio della vita. Questa stella dal colore lievemente giallo, tranquilla per dieci miliardi di anni, si sarà trasformata in una gigante rossa, un astro enorme e centinaia di volte più luminoso di prima. 

Titano in un lontano futuro?
Se i pianeti interni potrebbero subire una fine scontata e terribile, grandi sconvolgimenti potrebbero toccare anche ai pianeti esterni e ai satelliti, in particolare a Titano.
La luna di Saturno, infatti, secondo alcuni studi si verrebbe a trovare alla giusta distanza dalla nuova configurazione stellare per sperimentare temperature miti, tali da sostenere l’acqua allo stato liquido.

Non sappiamo cosa succederà al metano e agli idrocarburi in superficie, probabilmente evaporeranno in poco tempo e si disperderanno prima in atmosfera, poi nello spazio. I raggi ultravioletti del Sole diraderanno la nebbia di idrocarburi, favorendo un ulteriore riscaldamento sufficiente per sciogliere le grandi riserve di ghiaccio d’acqua contenute nella crosta, generando probabilmente mari e oceani che prenderanno il posto degli antichi bacini di metano. 
L’acqua, mischiata all’ammoniaca e alle enormi quantità di molecole organiche, potrebbe rappresentare l’ambiente perfetto per la nascita di primitive forme di vita, proprio come è accaduto sulla Terra. Di tempo ce ne sarà in abbondanza, probabilmente più di un miliardo di anni.


Sarà un vero peccato non poter assistere allo spettacolo di un cielo finalmente trasparente, occupato per circa 1/3 dagli straordinari anelli di Saturno; il tutto, magari, da una tiepida spiaggia in riva a un oceano color verde smeraldo.

martedì 12 novembre 2013

Siamo soli nell'Universo?



Questo post è tratto dal mio libro: "Vita nell'Universo: eccezione o regola?" disponibile su Amazon.it

La risposta a livello scientifico, quindi con prove inoppugnabili a supporto, non può essere ancora data ma logica, esperienza, osservazioni e qualche principio fisico e chimico possono comunque darci un’idea piuttosto chiara.
E la sensazione, giunti a questo punto, è che si tratta solamente di una mera questione di tempo, soprattutto per quanto riguarda il molto promettente cammino attraverso la ricerca dei pianeti extrasolari.
Non abbiamo trovato il gemello perfetto della Terra, è vero, ma l’analisi delle migliaia di stelle da parte di Kepler ci ha dato una mano formidabile nel chiarire le nostre idee e dipanare i dubbi, anche dei più scettici.
Attorno a stelle simili al Sole e più piccole come le nane rosse, Kepler ha scoperto molti pianeti rocciosi. Considerando il calcolo totale, che include anche quelli fuori dalla fascia di abitabilità, Kepler ha rilevato più di 1400 superterre, più di 300 pianeti di massa terrestre, più di 50 corpi della massa di Marte e addirittura un paio di massa comparabile con quella di Mercurio (non troppo diversi dalla nostra Luna). Tutto questo analizzando solamente i transiti, quindi esclusivamente quei sistemi planetari che vengono visti quasi perfettamente di taglio. Se assumiamo che le inclinazioni dei sistemi stellari non abbiano una distribuzione particolare nei confronti della Terra, questo significa che Kepler ha scoperto meno del 10% dei sistemi planetari effettivamente presenti nel campo analizzato. Considerando i limiti nelle osservazioni, sia dal punto di vista fotometrico che temporale, la percentuale si abbassa e potrebbe attestarsi su un più verosimile valore del 5%.
Molte delle stelle analizzate sono piccoli astri rossi o al limite simili al Sole, di magnitudine intorno alla dodicesima, quindi entro un paio di migliaia di anni luce.

Le scoperte di Kepler ci dicono che nella Via Lattea potrebbero esserci qualcosa come 17 miliardi di Terre. Per pianeti simili alla Terra ci riferiamo a corpi celesti con un raggio compreso tra 0,5 e 1,4 volte, quindi anche molte delle superterre di minor massa.
Ma i dati di Kepler ci dicono anche un’altra cosa, ancora più sconvolgente: il 48% delle stelle di classe M ospiterebbe un pianeta terrestre potenzialmente abitabile. Considerando la grande abbondanza di questi astri anche nelle zone adiacenti il Sistema Solare, ci sarebbe in media un pianeta abitabile di tipo terrestre ogni 6,4 anni luce, praticamente dietro l’angolo per le scale dell’Universo. Non solo, ma la probabilità di trovare un pianeta terrestre entro una sfera dal raggio di 10 anni luce sarebbe del 94%: quasi una certezza!

Quello che ci dicono questi primi dati statistici, che finalmente si basano su un gran campione di stelle e di analisi, è che pianeti di taglia terrestre sono presenti un po’ ovunque nella Galassia e rappresentano la normale evoluzione delle stelle simili al Sole e delle piccole nane rosse, alla stregua dei satelliti naturali attorno ai pianeti gioviani: è un processo inevitabile.
Con un numero così alto di pianeti di taglia terrestre, quindi, è scontato trovarne molti nella fascia di abitabilità.

Ora basta fare davvero 2+2 per scorgere una risposta.
Le molecole organiche e l’acqua sono presenti ovunque nel Cosmo e in quantità abbondanti; la vita, per quello che vediamo qui sulla Terra e per gli esperimenti eseguiti, riesce a nascere e prosperare anche in ambienti proibitivi e quando trova condizioni stabili non si fa certo sfuggire l’occasione.

La sensazione, quindi, è che forme di vita, almeno semplice, possano prosperare un po’ ovunque nell’Universo ed essere frequenti quanto i pianeti di tipo terrestre nelle zone di abitabilità (dove è posibile l'esistenza di acqua liquida in superficie). Un’esplosione di vita che fa parte dell’essenza stessa dell’Universo alla stregua delle stelle, delle galassie, delle nebulose e degli ammassi. Non più quindi eccezione, uno strappo a una regola che deriva dalla combinazione assurda di variabili quasi impossibili da mettere nella giusta sequenza, piuttosto il risultato semplice, quasi scontato, delle leggi della fisica, le stesse che regolano tutto quello che possiamo vedere.
Alla risposta se siamo soli o meno nell’Universo ormai nessun astronomo si sognerebbe quindi di dire di no; sarebbe assurdo come credere che la Terra sia piatta.

Un discorso diverso riguarda invece l’esistenza della vita intelligente. La risposta, in senso assoluto, è probabilmente positiva: non siamo gli unici esseri intelligenti dell’intero Universo.
Bisogna però capire ancora quanto sia frequente questa eventualità, perché se nel nostro piccolo abbiamo compreso come sia relativamente facile per molecole inanimate mettersi insieme e formare i primi organismi viventi in pochi milioni di anni, è altrettanto evidente, grazie agli sconfortanti dati delle varie ricerche SETI, che l’Universo sia un luogo sorprendentemente più silenzioso di quanto si pensasse. 

Sono passati più di cento anni da quando Nikola Tesla ipotizzò di ascoltare messaggi alieni attraverso le onde radio da poco scoperte, ed ere geologiche da quando Guglielmo Marconi affermava di essere riuscito a ricevere trasmissioni da Marte.
Kepler ci ha dato risultati in forte contrasto con il SETI: possibile che su quasi 20 miliardi di Terre nella Via Lattea nessuna ospiti forme di vita intelligenti? No, c’è qualcosa sotto che riguarda sicuramente il nostro modo di cercare attraverso le onde radio.

Popolato o no da esseri intelligenti, quello che sembra evidente è la lunga strada che dobbiamo ancora compiere dal punto di vista tecnologico e biologico per comprendere come funzionano i complessi meccanismi della vita. E la risposta, prima ancora di cercarla nelle stelle, dobbiamo trovarla qui sulla Terra e nel nostro Sistema Solare.
Per il momento, quindi, accontentiamoci di qualcosa di meno scientifico: la sensazione che potrebbe succedere di tutto da un giorno all’altro. Potremmo ricevere un segnale senza preavviso, forte, inequivocabile, decifrabile, come la protagonista di “Contact” (difficile), oppure scoprire il nostro pianeta gemello da un giorno all’altro o una luna sorprendentemente simile alla Terra.
La sensazione è che una svolta improvvisa e spettacolare possa essere dietro l’angolo perché la scienza, la nostra scienza, è sul punto di una scoperta epocale.
I tempi? Forse dieci anni al massimo. 

Accontentiamoci per adesso del fatto che la prova più forte di non essere soli nell’Universo ce l’abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: siamo noi stessi, materia comune in un luogo anonimo dell’Universo. È la nostra stessa esistenza a dirci di non essere gli unici, perché se il Cosmo ci ha dato quest’opportunità, nella sua enorme estensione sarà successo molte altre volte.

Per ora la gioia più intensa che possiamo provare è con noi stessi.
In una notte serena prendiamoci un po’ di tempo dai rumori e dalle luci delle città e andiamocene in campagna. Distesi su un prato, nel silenzio dell’Universo, osserviamo la luce scintillante di quelle lontane fiammelle. Tra noi e loro ci separa solo un sottile e trasparente strato d’aria.
Scrutiamo, e pensiamo che sicuramente su una di quelle fioche stelle ci sarà qualcuno che in questo momento, sdraiato su un prato molto diverso dal nostro, guarderà un cielo differente nel quale un debole astro giallastro condivide silenzioso il segreto più grande e misterioso dell’Universo: la sua stessa coscienza.
È successo una volta, miliardi di anni fa su un pianeta azzurro chiamato Terra quasi distrutto da un immenso impatto. Nulla vieta che possa essere accaduto altre volte, in molti altri luoghi dell’Universo.

giovedì 29 agosto 2013

La vita proviene da Marte? E com'è possibile?



E' freschissima la notizia secondo cui ci sarebbero sufficienti prove sul fatto che la vita terrestre sia iniziata da Marte e poi giunta sul nostro pianeta miliardi di anni fa. 
In realtà questa è un'ipotesi che nella comunità scientifica si discute da diversi anni e di cui ho parlato in un paragrafo del mio libro "Vita nell'Universo: Eccezione o regola?"
Al momento della stesura non c'erano queste nuove prove, eppure sono stato fortunato nel descrivere uno scenario a quanto pare più che probabile. 

Ecco l'estratto in cui si ipotizza proprio quanto ora sembra essere un po' più che probabile. (per chi fosse curioso, il mio libro è disponibile qui, sia in formato cartaceo che elettronico) e magari far chiarezza su come dei microrganismi, perché di questo si tratta, non di omini verdi, siano riusciti a compiere senza conseguenze un viaggio di oltre 50 milioni di chilometri.
la vita proviene da Marte? Forse si
Lo scambio di informazioni tra Marte e la Terra potrebbe essere molto più antico, duraturo e invadente di quanto prodotto dalle nostre sonde automatiche.
Per comprendere come due pianeti distanti 56 milioni di chilometri possano scambiarsi informazioni senza la presenza di esseri intelligenti, dobbiamo guardare in casa nostra.
Tra le migliaia di meteoriti ritrovate sulla superficie della Terra, sono oltre 100 quelle che hanno un’impronta unica e diversa rispetto agli asteroidi della fascia principale.
La composizione chimica di queste rocce è uguale a quella della superficie di Marte, e la composizione dell’aria intrappolata è identica a quella atmosferica. Si tratta di meteoriti che un tempo costituivano rocce del pianeta rosso.
Com’è possibile tutto questo?
Con una dinamica che potrebbe sembrare rocambolesca, ma che invece è stata più frequente di quanto ci si aspetti.
Quando un meteorite di grandi dimensioni (uno o più chilometri) colpisce Marte, fa schizzare a grande velocità pezzi della superficie del pianeta, rocce di diverse dimensioni che potrebbero avere una velocità sufficiente per uscire dall’atmosfera e dal campo gravitazionale. Questi diventano meteoriti a tutti gli effetti, solamente che non sono più gli antichi massi generatisi al tempo della formazione del Sistema Solare, ma prodotti di una superficie planetaria modificati da una storia molto diversa. Data la vicinanza tra Marte e la Terra, alcuni di questi meteoriti “secondari” sono precipitati sul nostro pianeta. A oggi queste sono le uniche rocce marziane che possediamo e che quindi è possibile analizzare in modo approfondito.
Tra poco vedremo quali sono le caratteristiche e le sorprese che sono state scoperte in questi massi, perché è intuitivo che se su Marte un tempo c’era la vita, questa possa essere contenuta, almeno sottoforma di fossili, nei meteoriti marziani.
Non è questo però quello che ci interessa al momento.
Soffermiamoci per un attimo sulla dinamica della carambola cosmica e proviamo a fare un gioco logico che prevede di cambiare punto di vista, magari rovesciando la situazione.
Se Marte ci ha inviato meteoriti, è possibile che anche la Terra abbia fatto lo stesso? Cosa impedisce a un grande asteroide che colpisce il nostro pianeta di far schizzare nello spazio pezzi di rocce terrestri che poi, dopo migliaia o milioni di anni di pellegrinaggio nello spazio, precipitano su Marte?
La risposta è ovvia: niente.
Se conosciamo meteoriti provenienti da Marte, è indubbio che su Marte, da qualche parte, esistano altrettanti meteoriti provenienti dalla Terra, risalenti un po’ a tutte le ere geologiche: dal grande bombardamento subito 3,5 - 4 miliardi di anni fa ai più recenti, magari anche a seguito di quello che ha estinto i dinosauri (l’ultimo impatto devastante conosciuto).
Se la vita elementare sulla Terra esiste da almeno 3,8 miliardi di anni, questo implica senza ombra di dubbio che i meteoriti terrestri su Marte abbiano per forza di cose trasportato forme di vita: è una certezza.
Ci sarebbe naturalmente da discutere in merito alla sopravvivenza di organismi biologici in queste condizioni, soprattutto per quanto riguarda le violente fasi della creazione del meteorite e del successivo impatto su Marte, ma in rocce relativamente grandi, nascoste nelle profondità, queste coriacee tracce biologiche potrebbero essere sopravvissute senza particolari problemi, come hanno provato alcuni esperimenti effettuati su rocce terrestri e buone quantità di esplosivo.
Secondo questo scenario, se contaminazione c’è stata, questa potrebbe essersi verificata ben prima che l’uomo comparisse e fosse in grado di mandare astronavi nello spazio. Menomale, ora stiamo un po’ meglio!

La storia biologica di Marte e della Terra potrebbe essere più intrecciata di quanto sembri, perché sicuramente i due pianeti si sono scambiati milioni di tonnellate di rocce nel corso di miliardi di anni.
E allora, per concludere in bellezza aumentando l’incertezza e il mistero, facciamoci una domanda: chi ha contaminato chi? La Terra primordiale, molto più massiccia e grande, si è probabilmente raffreddata più lentamente di Marte. L’impatto violento con quel pianeta primordiale che ha poi generato la Luna ha rallentato lo sviluppo di condizioni adatte alla vita di qualche altro milione di anni.

Se il più piccolo e freddo Marte ha quindi sperimentato condizioni biologiche prima della Terra, è probabile che i primi microrganismi siano nati proprio qui.

E se i meteoriti marziani avessero inseminato la giovane e ancora desertica Terra delle prime forme di vita?
Se un giorno trovassimo dei microbi marziani fossilizzati più antichi di quelli terrestri e sorprendentemente simili, non ci sarebbe da stupirsi poi più di tanto… Potremmo averlo già fatto?


Le meteoriti marziane: tracce di vita passata?

Degli oltre 61.000 meteoriti rinvenute sulla Terra fino a questo momento (maggio 2013) 114 sono il risultato di quella carambola cosmica apparentemente assurda che ha portato pezzi di Marte fin qui in modo del tutto gratuito.
Le meteoriti marziane rinvenute appartengono a ere geologiche estremamente diverse, così che dal loro accurato studio possiamo sicuramente far miglior luce sull’evoluzione del nostro vicino cosmico.
E di indizi più o meno forti a supporto della vita ne abbiamo.
Tutti i meteoriti ritrovati contengono tracce di acqua, una quantità che cresce con l’aumentare dell’età delle rocce, confermando il modello di un pianeta un tempo molto più umido. La roccia denominata NWA 7034, ritrovata nei primi giorni del 2013 contiene circa 10 volte più acqua di tutti i meteoriti marziani finora scoperti. Il meteorite si sarebbe formato 2,1 miliardi di anni fa, da rocce poste probabilmente sul fondo di un antico lago.
La star dei meteoriti marziani è indubbiamente ALH 84001, staccatosi dal pianeta circa 16 milioni di anni fa e precipitato in Antartide appena 13.000 anni addietro. Attente osservazioni attraverso un microscopio elettronico a scansione nel 1996 hanno rilevato al suo interno tracce di quelli che subito si pensarono essere batteri fossilizzati.
La notizia del possibile ritrovamento di antiche tracce di vita su Marte fece così scalpore che persino il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, fece una conferenza stampa sottolineando quanto importante fosse quel momento per l’intera umanità.
In realtà i mass media cavalcarono e ingigantirono a dismisura tutto quanto, come al solito.
Come accade spesso quando c’è da confermare qualcosa di straordinario, ulteriori analisi fecero propendere gli scienziati del tempo verso una risposta più prudente. Se il meteorite mostrava tracce di vita (cosa da confermare), era probabile fosse dovuta a una contaminazione da parte dell’ambiente terrestre.
L’avvincente attimo di gloria di ALH 84001 si dissolse in breve tempo come neve al Sole, soprattutto tra l’opinione pubblica che di colpo smise di parlare di questo interessantissimo pezzo di roccia.  
All’ombra dei riflettori (e questo è sempre un bene!), studi e ricerche proseguirono, perché nell’aria serpeggiava sempre la stessa roboante domanda, quel dubbio che non faceva dormire la notte molti scienziati: e se non sapessimo riconoscere la vita neanche quando ce l’abbiamo palesemente di fronte a noi, solo perché comprendiamo ancora troppo poco dei processi biologici?
Finalmente tra il 2009 e il 2011 sembra essere stato scritto un importante capitolo che potrebbe darci qualche elemento in più per decidere cosa rappresentino veramente quei piccoli vermi comodamente adagiati sulla roccia marziana.
Un gruppo di studio della NASA è arrivato alla conclusione che quei filamenti possano effettivamente rappresentare antichissime tracce di vita. I composti trovati indicano che la roccia ha passato molto tempo in un ambiente umido, a una temperatura media di circa 18°C (di certo, quindi, non in Antartide!).
Alcune anomale concentrazioni nei pressi dei presunti fossili potrebbero rappresentare i prodotti di scarto di un’antichissima flora batterica.
A stupire maggiormente la datazione più precisa dei presunti fossili: 4 miliardi di anni. Se quelle ritrovate sono tracce biologiche, significa allora con buona probabilità che la vita su Marte si è sviluppata prima che sulla Terra, proprio come detto del tutto ipoteticamente poco fa. 

Per chi fosse curioso, il mio libro è disponibile qui, sia in formato cartaceo che elettronico