giovedì 28 febbraio 2013

Una cometa sfiorerà Marte nel 2014

Sono ormai un po' di giorni che nell'ambiente astronomico girano interessanti notizie in merito a una cometa chiamata C/2013 A1 (Siding Spring).
Scoperta all'inizio del 2013, ha suscitato enorme interesse quando i primi calcoli del suo percorso orbitale prevedevano un incontro estremamente ravvicinato con Marte previsto per il 19 Ottobre 2014.
Dopo 74 osservazioni astrometriche c'era addirittura la possibilità che la cometa potesse impattare sul pianeta rosso.
Con un diametro stimato in 50(!) km avrebbe provocato un cratere dal diametro di 500 km e sconvolto la superficie e l'atmosfera marziana, rilasciando un'energia di circa 20 miliardi di megatoni (la bomba di Hiroshima aveva una potenza di circa 15 chilotoni!)

L'incontro tra Marte e la cometa siding Spring del 20/10/2014
La prudenza, però, in questi casi è d'obbligo.
Per prevedere il percorso preciso con così tanto preavviso è necessario disporre di numerose osservazioni.
E' una storia che in effetti si ripete anche per gli asteroidi potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta: i primi dati, a causa dell'elevata incertezza, non riescono a escludere del tutto l'eventualità di un disastroso impatto, ma poi, fortunatamente, mano a mano che giungono nuove osservazioni il pericolo scompare quasi del tutto.

Nel caso della cometa Siding Spring potremmo stare comunque tranquilli e goderci da spettatori lo spettacolo, che sembra delinearsi sempre di più mano a mano che i giorni trascorrono.
Le ultime osservazioni astrometriche hanno ristretto il margine d'incertezza e sembrano escludere l'eventualità di un catastrofico impatto con Marte.
Però la cometa passerà molto vicino al pianeta. Le ultime stime la danno a meno di 37.000 km dalla superficie!
Lo spettacolo potrebbe essere quindi entusiasmante e allarmante, anche senza che si compia l'apocalisse marziana.
A quella distanza, infatti, la chioma cometaria dovrebbe avere un diametro di circa 100.000 km e investire quindi il pianeta rosso producendo, probabilmente, una pericolosa pioggia di polveri e detriti alcuni dei quali, a causa della rarefatta atmosfera, potrebbero raggiungere la superficie. Il pericolo per i rover e soprattutto per le sonde in orbita è quindi tutt'altro che nullo. Ma se riusciranno a sopravvivere si godranno inaspettatamente uno spettacolo assolutamente unico. Sono pochissime le comete studiate nel dettaglio, eppure questi corpi celesti potrebbero essere stati fondamentali per la diffusione dell'acqua e dei semi della vita sulla Terra.
Dalla superficie di Marte la visione, pioggia di detriti a parte, potrebbe essere mozzafiato, con la cometa facilmente visibile anche di giorno e la diffusa chioma occupare molti gradi di cielo.

L'astronomo russo Elenin, esperto di comete e padre di un'altra che avrebbe dovuto rendersi visibile nei nostri cieli, ma che è poi stata disintegrata dall'abbraccio solare, si dice convinto al 100% di questo scenario, se i dati non cambieranno (ma a questo punto è difficile avere sorprese inaspettate).
Dopo il meteorite russo e il masso spaziale DA14 2012 che ci ha sfiorato, questo potrebbe essere un altro avvertimento (l'ultimo?) per accelerare i programmi per la previsione degli impatti.
Questa volta tocca a Marte; ma se fosse stato il nostro turno, un anticipo di meno di due anni da un probabile impatto sarebbe stato troppo breve per qualsiasi piano di difesa e terribilmente enorme per farci cadere nel baratro della disperazione. Si, perché un oggetto del genere cancellerebbe quasi istantaneamente gran parte della vita sulla Terra: il masso che si pensa abbia causato l'estinzione dei dinosauri aveva un diametro di "appena" 10 km.

Per approfondire: 
http://spaceobs.org/en/2013/02/25/comet-c2013-a1-siding-spring-a-possible-collision-with-mars/ 
http://spaceobs.org/en/2013/02/27/new-data-concerning-the-close-approach-of-comet-c2013-a1-to-mars/
C/2013 A1 (Siding Spring)C
C/2013 A1 (Siding Spring)
C/2013 A1 (Siding Spring)
C/2013 A1 (Siding Spring)

lunedì 25 febbraio 2013

L'ultimo libro: Tecniche, trucchi e segreti dell'imaging planetario

Aggiornamento: qui è possibile scaricare la prefazione, l'indice e l'introduzione per avere meglio idea della struttura del libro.

Quando tempo fa ho detto di voler smettere di scrivere non stavo mentendo. Le mie intenzioni non sono cambiate, ma prima di finire avevo ancora alcuni manoscritti da correggere e terminare che non potevano andare persi.
Anzi, nel corso di quesi ultimi mesi sono giunto anche a un altro addio: quello alle riprese in alta risoluzione dei corpi del Sistema Solare.

Mio libro sull'imaging planetario
Per salutare degnamente gli ultimi 10 anni della mia vita passati con il telescopio quasi sempre puntato tra i pianeti, ho deciso di terminare il lavoro che avevo iniziato ormai un paio di anni fa e poi avevo abbandonato. Il mio intento è quello di lasciare in eredità a chi ne ha voglia e passione, quella stessa che mi ha accompagnato per tanto tempo, tutto quello che ho imparato, da solo, sulle riprese in alta risoluzione. I miei sogni li ho vissuti ma non posso più permettermi i lusso di farlo.

Spesso gli astroimager più preparati tecnicamente tengono ben nascoste le preziose tecniche che gli permettono di ottenere risultati migliori degli altri. Io ho deciso di rompere questo muro di omertà e rivelare senza filtri tutto quello che nessun libro, nessuna conferenza e neanche nessuna confidenza amichevole ha mai svelato.
Non ho mai creduto ai segreti nella scienza, piuttosto alla condivisione di dati ed esperienze; questo è il mio piccolo contributo.

Nel libro si trovano molti esempi di elaborazione e ripresa ottenuti con la mia strumentazione e per facilitare la comprensione ho messo a disposizione in un apposito spazio all'interno del mio sito (il link si trova nel libro) molte delle immagini (più di 40) grezze. Così possiamo finalmente far pratica, riprodurre i passi descritti nel testo e confrontare la qualità delle riprese con quelle ottenute con i vostri strumenti.

Come solito sono disponibili pù versioni:
-  L'edizione cartacea si trova su Lulu e Amazon.it  (stampa in bianco e nero)
-  L'edizione Kindle è qui
-  L'edizione digitale in formato PDF con immagini in alta risoluzione è invece disponibile qui.

Se acquistate l'edizione cartacea avete diritto anche a quella in PDF senza spendere un euro. Basta mandarmi una mail a : infoATdanielegasparri.com sostituendo AT con @

Continuerò naturalmente a fare divulgazione con il progetto "Astronomia per tutti" che pesca da tutti i testi pubblicati e crea un corso trasversale attraverso tutti i livelli dell'astronomia.
L'astronomia in Italia non ha mai pagato, l'editoria è a un punto morto, figuriamoci cosa succede all'editoria indipendente astronomica. Lo dico io: 12 libri pubblicati mi rendono ben 100 euro al mese quando va bene e alcuni di questi si trovano costantemente in cima alle classifiche di vendita della categoria astronomia di Amazon(!).
Quei due volumi messi a disposizione gratuitamente vendono invece quasi le copie dei bestseller: fino a 20 al giorno ciascuno, vale a dire quasi settemila l'anno, che moltiplicato i due euro che avrei ricevuto se li avessi messi a pagamento mi avrebbero concesso di continuare a sognare.
Un giorno, se avrò voglia, farò meglio i conti e li renderò pubblici perché visti con occhi esterni potrebbero sembrare pure divertenti. Di sicuro lo sono per qualcuno che vive in un Paese normale, non in questo.

Domande e risposte: Lo spazio è completamente vuoto?



No, in Natura non esiste il vuoto assoluto. 
Anche nel più remoto ed isolato angolo di Universo è possibile rilevare una minima quantità di materia ed energia. 

Il vuoto, il nulla, è qualcosa non contemplato neanche dalle stesse leggi fisiche che descrivono il funzionamento e le proprietà dell’Universo.
Senza addentrarci in questioni complesse, limitiamoci a parlare della materia.
Sotto questo punto di vista, lo spazio aperto è il luogo più vuoto che possiamo immaginare, centinaia di volte maggiore del più spinto vuoto che possiamo creare sulla Terra.
Ma le particelle sono ovunque, sebbene possano diventare merce molto più rara dell’oro terrestre.

Nello spazio interplanetario, quello che riempie le distanze tra i pianeti del Sistema Solare, la densità media delle particelle è di appena cinque ogni centimetro cubo di volume, alla distanza della Terra.
Per un paragone, l’atmosfera terrestre a livello del mare contiene qualcosa come dieci miliardi di miliardi di molecole ogni centimetro cubo. In effetti, anche se non perfettamente vuoto, lo spazio contiene davvero poca materia!

Ancor più rarefatto è quello che viene chiamato mezzo interstellare, il gas presente negli spazi tra le stelle all’interno di una galassia. La sua densità media, per la Via Lattea, si attesta su una particella ogni centimetro cubo.
In un cubo con lati di un metro, abbastanza grande per contenere una persona, si contano in media appena un milione di particelle, contro i circa sette miliardi di miliardi di miliardi (1027) di atomi che compongono una persona di 70 kg!

Il vuoto più spinto lo possiamo trovare negli sterminati spazi che separano due galassie. Il mezzo intergalattico ha una densità stimata pari a un atomo ogni metro cubo.
Nella stessa scatola di prima, quindi, troverebbe posto solamente un atomo, un volume circa 1000 volte più rarefatto del già poco affollato mezzo interstellare.

mercoledì 20 febbraio 2013

Cos'è la radiazione cosmica di fondo?


Questo post è estratto dal mio libro "Nella mente dell'Universo", disponibile in formato ebook a soli 2,99 euro, e in versione cartacea

 
Nel 1964 due ingegneri della società telefonica Bell Telephone, Arno Penzias e Robert Wilson, stavano conducendo degli esperimenti per testare il disturbo causato dall’atmosfera terrestre in previsione del lancio del primo satellite per telecomunicazioni (Telestar).
Durante questi test la loro antenna captò uno strano rumore di fondo, un segnale debole ma sempre presente. I due tecnici si misero subito all’opera per capire la ragione di questo segnale. Smontarono e rimontarono l’antenna, addirittura trovarono un nido di piccione al suo interno, ma nulla cambiò l’esito delle misurazioni, il rumore di fondo era sempre presente.
Ben presto arrivarono alla conclusione che doveva trattarsi di qualcosa esterno all’atmosfera terrestre, addirittura allo stesso sistema solare, che permeava tutto lo spazio indistintamente, visto che non era sensibile all’orientazione dell’antenna, ne alla posizione della Terra attorno al Sole durante l’anno.

I due scienziati ottennero anche un primo spettro di questa misteriosa sorgente, raccogliendo l’intensità del segnale luminoso in funzione della lunghezza d’onda, scoprendo che si trattava di un segnale prodotto da un corpo nero praticamente perfetto alla temperatura di circa 3 K.
Il loro lavoro si limitò a escludere meticolosamente qualsiasi fonte di disturbo locale; una volta eseguiti tutti i possibili test, che risultarono negativi, pubblicarono i risultati il 13 maggio 1965 nella rivista Astrophysical Journal, senza fare alcuna ipotesi fisica sulla natura di questa radiazione elettromagnetica.

.
Spettro della radiazione cosmica di fondo: la temperatura dell'Universo
Appena letto l’articolo, gli astronomi dell’università di Princeton, alla ricerca di questa radiazione come prova dei loro modelli di Universo, subito capirono che quello che avevano teorizzato e si accingevano a cercare era stato già scoperto in modo inequivocabile (e incredibilmente fortuito) da Penzias e Wilson. Questa radiazione divenne la prova decisiva e più forte della nascita dell’Universo attraverso il Big Bang

Le misurazioni pionieristiche di Wilson e Penzias valsero ai due ingegneri il premio nobel per la fisica. La loro scoperta si rivelò essere una delle più importanti del secolo, al pari dell’espansione dell’Universo da parte di Hubble 35 anni prima. 

Il cielo è permeato da una radiazione elettromagnetica, uguale in ogni direzione, piccata alla lunghezza d’onda di circa 0,2 centimetri, che corrisponde alla parte dello spettro elettromagnetico centrata nelle microonde. Il profilo è perfettamente sovrapponibile a quello di un corpo nero con temperatura di 2,725 K.
Questa è la temperatura dell’Universo lontano da stelle, galassie e qualsiasi sorgente di calore.

La radiazione cosmica di fondo rappresenta l’eco del Big Bang, l’atto iniziale di formazione dell’Universo stesso. Essa è la prova che l’Universo ha avuto un’origine da un punto e si è poi espanso come confermato dall’osservazione del redshift cosmologico delle galassie.
La radiazione che osserviamo è giustificata in modo preciso da un modello che prevede la nascita dell’Universo attraverso il Big Bang e la successiva evoluzione seguendo le semplici e ben conosciute leggi della termodinamica, come se l’Universo stesso fosse un enorme contenitore di energia e gas in espansione. In perfetto accordo con i dati teorici, la radiazione cosmica di fondo è stata emessa dall’Universo quando aveva un’età compresa tra 300.000 e 400.000 anni, al tempo in cui la materia si disaccoppiò dalla radiazione. In altre parole, l’Universo, a quel tempo giovanissimo, divenne trasparente alla radiazione, che non interagì più con la materia e fu libera di scappare e vagare senza praticamente venirne più alterata. 

Al tempo del disaccoppiamento la radiazione aveva, a causa delle interazioni numerose con le particelle dell’Universo (in particolare gli elettroni), uno spettro di corpo nero perfetto alla temperatura dell’Universo nel momento appena antecedente il disaccoppiamento. Questa temperatura era di circa 4.000 K, con un’emissione piccata nel vicino infrarosso.
Perché la radiazione cosmica di fondo ora ci appare molto più fredda? Perché il picco dello spettro si è spostato da 950 nm a 0,2 cm? 
Semplice: l’espansione dell’Universo ha “redshiftato”, cioè spostato verso il rosso, anche questa radiazione e proprio in conseguenza all’espansione esso si è gradualmente raffreddato fino alla temperatura attuale. 

La radiazione cosmica di fondo rappresenta il dettaglio più giovane che possiamo osservare (attualmente) del nostro Universo.
Poiché guardando lontano nello spazio si guarda anche lontano nel tempo, non è possibile osservare a una distanza superiore a quella della radiazione cosmica di fondo, posta a circa 13,4 miliardi di anni luce.
L’Universo è sicuramente più grande, ma poiché la luce si propaga a velocità finita, noi non possiamo vedere oltre questo limite. Questo è il nostro orizzonte, limitato dall’età dell’Universo.

In questo stesso istante un osservatore posto a 13,5 miliardi di anni luce dalla Terra non vedrebbe il nostro pianeta, ma un’epoca che corrisponde al disaccoppiamento materia-radiazione. Egli osserverebbe esattamente quello che vediamo noi in questo momento nella direzione dello spazio dove dovrebbe trovarsi: la radiazione cosmica di fondo. 
La simultaneità nell’Universo è un concetto molto elastico; quello che per noi è adesso diventa un istante passato per ogni altro punto dell’Universo che stiamo osservando, maggiore quanto più lontano gettiamo lo sguardo.

Negli anni novanta del secolo scorso un satellite (COBE) fu lanciato dalla NASA per studiare in dettaglio forma e distribuzione della radiazione cosmica di fondo, alla scoperta di indizi che potessero gettare uno sguardo migliore sulle proprietà dell’Universo.
E’ naturale pensare, infatti, che se la radiazione che osserviamo era fino a quel momento accoppiata alla materia, interagendo continuamente con essa, e poi ne è uscita quasi completamente inalterata, allora deve conservare le proprietà e le caratteristiche della materia a quel tempo, deve contenere gli indizi per la futura evoluzione dell’Universo.
Possiamo infatti immaginare la radiazione cosmica di fondo come una specie di codice genetico dell’Universo (DNA): in essa è scritto tutto quello che riguarda l’evoluzione e il destino stesso, compresa la nascita di stelle e galassie.
Osservando e interpretando nel modo migliore questo codice genetico, possiamo avere un quadro di come si è evoluto l’Universo e di quale, probabilmente, sarà il suo destino.

Le immagini ricevute mostrarono un fondo cosmico presente e in perfetto accordo con quanto misurato da Terra fino a quel momento, con uno spettro tipico di un corpo nero, ma con delle leggerissime disuniformità spaziali, dette anisotropie: insomma, guardando più in dettaglio, la radiazione cosmica di fondo non era perfettamente omogenea come si era pensato e osservato fino a quel momento.


Differenze della temperatura della radiazione cosmica di fondo
Rimuovendo il disturbo causato dalla nostra galassia, anche essa emettitrice di microonde che possono disturbare l’emissione cosmica di fondo, e il contributo causato dal moto relativo a essa, la situazione apparve molto chiara. Benché a una temperatura di 2,725 K , erano evidenti piccolissime fluttuazioni di temperatura, dell’ordine di una parte su un milione: estremamente ridotte ma fondamentali per lo sviluppo dell’Universo così come lo conosciamo.
Queste piccolissime perturbazioni rappresentano i segni dell’evoluzione dell’Universo.
Crescendo nel tempo a causa della forza di gravità, le perturbazioni hanno dato origine alle galassie, alle stelle e a tutto quello che possiamo osservare. 

Se il fondo di radiazione, quindi l’Universo, non avesse avuto queste piccole increspature, non si sarebbe creata neanche una stella e non si sarebbe mai evoluto.
Una piccola perturbazione di una parte su un milione è invece sufficiente per trasformare l’Universo da un mare oscuro di particelle a un luogo pieno di galassie e stelle.
Coincidenza o parte di un disegno cosmico? I credenti vedranno la mano del creatore, gli atei lo vedranno solo come l’unico risultato che ha reso possibile la nostra stessa esistenza e il fatto che ora ci stiamo ponendo altre domande: se ci sono state altre combinazioni noi non lo sapremo mai, perché solo questa ci ha dato la vita.

lunedì 18 febbraio 2013

Domande e risposte: Quante lune ci sono nel Sistema Solare?



I satelliti naturali, più comunemente dette lune, sono molto più frequenti di quanto si possa credere, al punto che si fa prima a elencare i pianeti che non ne possiedono piuttosto che quelli che ne hanno almeno uno. 

Mercurio e Venere sono gli unici pianeti del Sistema Solare sprovvisti di satelliti naturali. La causa, probabilmente, è da imputare alla crescente forza di gravità del Sole mano a mano che vi si avvicina.
Solamente la Terra ha un unico satellite naturale, la Luna, peraltro piuttosto particolare e sotto certi punti di vista unico nel Sistema Solare.
Il ben più piccolo Marte, poco più della metà del nostro pianeta, ha due lune che somigliano molto a giganteschi sassi di qualche decina di chilometri di diametro.

Giove e Saturno guidano a mani basse questa speciale classifica. Sebbene più grande e massiccio, non è però Giove il capo del più folto esercito di satelliti naturali. Nonostante i calcoli ufficiali dicano 66 lune per il gigante e 62 per Saturno, le stime parlano chiaro: il pianeta con gli anelli potrebbe possedere oltre 200 satelliti naturali.
Urano e Nettuno, benché lontani da questi valori, si fanno comunque rispettare, con rispettivamente 27 e 13 satelliti naturali finora scoperti. 

Complessivamente, quindi, i satelliti naturali dei pianeti sinora noti sono 172, ma considerando l’ipotetica famiglia di Saturno e qualche piccola luna ancora non scoperta, soprattutto di Urano e Nettuno, potremmo superare agevolmente il muro dei 300.

Se vogliamo invece fare un calcolo globale, le cose si complicano. Si, perché i satelliti naturali non sono una prerogativa solamente dei pianeti, ma anche dei cosiddetti corpi minori.
Attorno a Plutone, ad esempio, il capo della classe dei pianeti nani, sono state scoperte ben 5 lune.
Anche del pianeta nano Haumea sono noti, al momento, due satelliti, mentre solo uno appartiene ad Eris. 

Molte lune hanno dimensioni decisamente piccole. Tra le 172 attualmente note, sono solamente 34 quelle ad avere diametri superiori a 100 km.
Attualmente la palma del satellite naturale più piccolo spetta alla luna dell’asteroide Ida, denominata Dactyl. Con un diametro di appena 1,5 chilometri, potrebbe ricordare da vicino la casa del Piccolo Principe.