venerdì 27 luglio 2012

Quando la Via Lattea viene scambiata per delle nuvole

La Via Lattea da Forca Canapine
Ho avuto la fortuna di passare un fine settimana sotto l'incantevole cielo di Forca Canapine, tra l'Umbria e le Marche, a circa 1500 metri di quota e posso dire di aver scoperto l'Universo per la seconda volta.
Sapevo che un cielo scuro, non contaminato dalle luci artificiali, fosse magnifico, ma non avevo mai saputo quantificare in emozioni questa parola, fino a quando non l'ho visto con i miei occhi per la prima volta.
Con una Via Lattea scolpita che sembrava la solita catena di nuvole pronte a rovinare la già dura vita degli appassionati del cielo, ho finalmente compreso quanto siano dannose quelle maledette luci che illuminano verso l'alto le nostre città, privandoci di quelle stelle che hanno il potere di farci sognare e dimenticare le piccole questioni di una società che è il nulla rispetto all'Universo.
Non potrò mai riuscire a descrivere con le parole, quello che i miei occhi hanno catturato. Posso limitarmi a mostrarvi una foto che spero possa trasmettervi la voglia di spostarvi dai lampioni ed ammirare, almeno una volta nella vita, un cielo davvero scuro.
Abbiamo tanto da imparare dallo spettacolo dell'Universo: è sempre presente, in ogni momento, ed è gratis.


martedì 17 luglio 2012

Scoprire una cometa: tecnica ed emozioni


Scoprire una cometa rappresenta probabilmente una delle soddisfazioni più grandi per tutti gli appassionati di astronomia perché il vostro nome, meglio, il cognome, sarà indissolubilmente legato ad un corpo celeste che probabilmente continuerà a muoversi tra i pianeti per decine di milioni di anni.
Purtroppo la ricerca di comete è probabilmente il campo nel quale è maggiore la concorrenza, sia amatoriale che, soprattutto, professionale.
Fortunatamente i grandi programmi di ricerca automatizzati non scandagliano tutti i giorni tutta la volta celeste, lasciando un piccolo spazio anche per le scoperte amatoriali, almeno un paio l’anno per quanto riguarda le comete.

Come si scopre però una cometa e quali sono le emozioni e le tappe da seguire per vedersi affidare la paternità di una di queste piccole palle di neve sporca, così spettacolari quando si avvicinano al Sole?

La tecnica da seguire è relativamente semplice: bisogna scandagliare una zona di cielo non troppo lontana dall’eclittica e in prossimità del Sole. Sebbene le comete possano trovarsi anche a grandi distanze dalla nostra stella, solamente quando si avvicinano diventano abbastanza brillanti per essere viste.
La difficoltà del lavoro è principalmente nella pazienza e nella costanza. Ogni giorno bisogna scandagliare una porzione di cielo più grande possibile con il proprio telescopio a partire dall’orizzonte fino a circa 40-50° di distanza dal Sole. La procedura va ripetuta la sera dopo il tramonto (in questo caso si osserverà verso ovest) o la mattina a cominciare da due ore prima dell’alba (quindi verso est). E’ molto importante scandagliare il cielo con metodo: preparatevi un percorso semplice da seguire ed annotate scrupolosamente le coordinate di ogni campo inquadrato. Sarebbe veramente una beffa atroce trovare qualcosa e non riuscire a capire dove si trovava nel cielo!
La porzione di cielo va osservata o ripresa almeno due volte (meglio tre) nell’arco della sessione osservativa, a distanza di circa mezz’ora dal primo passaggio.
Questa procedura è fondamentale per riconoscere un’eventuale cometa dalle stelle di sfondo e dalla miriade di oggetti diffusi dello spazio profondo (nebulose, galassie) a causa del suo veloce movimento.

Le comete vengono scoperte quando sono estremamente deboli, quindi se fate la ricerca visualmente, dovete usare telescopi di buon diametro (almeno 25 centimetri) sotto un cielo scuro. Non aspettatevi di vedere un astro brillante con una lunga coda. Quello che dovete cercare è un piccolo batuffoletto di luce quasi indistinto che lentamente nel corso del tempo si sposta tra le stelle di fondo.
Se utilizzate la tecnologia digitale, le cose si semplificano perché non sono richiesti necessariamente telescopi di grande diametro, si ottengono immagini oggettive e più profonde e, cosa non da poco, la procedura di scansione del cielo può essere automatizzata.
E’ molto più semplice anche riconoscere le coordinate dei campi ripresi e analizzare i dati: alcuni software infatti provvedono automaticamente all’analisi avvertendo l’utente nell’eventualità che un oggetto si è spostato tra le stelle.
Tenete presente che per scoprire una cometa in genere sono richieste statisticamente almeno 1000 ore di osservazioni continuative nel tempo (se siete fortunati!).
Al di là delle tecniche, che potete approfondire con una veloce ricerca in internet, cosa si prova a scoprire una cometa e cosa fare in questa eventualità?
Non posso aiutarvi in questa occasione, perché purtroppo non ho ancora avuto il piacere di una scoperta di questo tipo (a dire la verità non ci ho neanche provato!).

A tal proposito, forse è meglio ascoltare il racconto di un astrofilo che nel febbraio 2012 ha avuto il piacere di scoprire una cometa. Il suo nome è Fred Bruenjes, vive negli Stati Uniti e passa ogni notte serena ad osservare il cielo. 

Queste sono le parole della serata astronomica più importante della sua vita.

Venerdi 10 febbraio 2012 sembrava proprio la notte perfetta per la scoperta di una cometa da parte di un astronomo dilettante. Mi sentivo davvero motivato nell’iniziare la sessione di osservazioni, anche perché le condizioni erano perfette. Il freddo probabilmente aveva scoraggiato molti astrofili e la Luna quasi piena sicuramente contribuiva a rendere meno agguerrita la concorrenza, soprattutto quella delle grandi survey professionali.
Avevo a disposizione solamente una o due ore prima che la Luna sorgesse e riducesse quasi a zero le possibilità di scoprire oggetti deboli, ma un’ora per me è più che sufficiente per scandagliare circa 270° quadrati di cielo con una magnitudine limite di circa 16.
Ho messo in funzione il mio sistema di ripresa e acquisizione delle immagini, ormai collaudato, e me ne sono andato a guardare un po’ di tv mentre il telescopio acquisiva (o avrebbe dovuto acquisire) le immagini.
Dopo un’ora sono tornato per controllare e con grande sconforto ho visto che la camera di ripresa, una reflex Canon 5D, si era bloccata ed aveva perso tutte le immagini acquisite.
Il mio morale era a terra: una delle poche notti favorevoli irrimediabilmente compromessa da questo imprevisto problema.
L’unica cosa che volevo fare in una situazione del genere era chiudere l’osservatorio, anche perché la Luna stava ormai per sorgere.
L'immagine di scoperta di una probabile cometa
Poi ho ricordato a me stesso che non puoi trovare qualcosa se non la cerchi, così mi sono fatto coraggio ed ho riavviato il sistema. Questa volta tutto ha funzionato a dovere ed ho effettuato riprese per circa due ore, poi con la Luna ormai invadente ho deciso di arrendermi.
Chiuso l’osservatorio mi sono messo subito ad analizzare le immagini riprese. Per questo scopo utilizzo un software molto potente chiamato Visual Pinpoint. Il programma riconosce automaticamente il campo inquadrato e confronta le immagini della stessa area celeste per vedere se nell’intervallo di tempo qualche corpo celeste si è spostato.
Non mi aspettavo molto a dire la verità, ancora scoraggiato dal problema avuto con la fotocamera, ma ad un certo punto il programma mi segnale due immagini nelle quali sembrava esserci un piccolo batuffolo indistinto estremamente debole che si muoveva rispetto alle stelle in linea retta.
Il movimento regolare e la forma caratteristica ricordavano quella di una debole cometa, ma anche in questo caso 999 volte su 1000 il corpo celeste è già conosciuto oppure appena scoperto da qualche altro osservatore (a volte le scoperte si assegnano sul filo dei minuti).
In ogni caso valeva sicuramente la pena fare un controllo. Inserendo le coordinate del batuffolo di luce nella pagina del Minor Planet Center dedicata alla ricerca di comete conosciute, con mia grande sorpresa non trovavo alcun risultato. Stesso esito con una ricerca manuale nelle zone adiacenti le coordinate stimate del corpo celeste. Nessuna cometa doveva trovarsi in quella posizione!
A questo punto le chance di aver scoperto una nuova cometa cominciavano ad essere leggermente superiori, ma non potevo ancora cantar vittoria. In questi casi bisogna sempre pensare a tutte le possibili spiegazioni alternative all’ipotesi più difficile che purtroppo è anche la più piacevole: aver effettivamente scoperto una nuova cometa.
Il successivo controllo ha riguardato la ricerca di tutti gli asteroidi conosciuti nelle vicinanze. Magari uno di questi avrebbe potuto mostrare una debole attività cometaria, come non di rado succede alle famiglie che orbitano nei pressi di Giove.
Nella regione ripresa si trovavano effettivamente molti asteroidi deboli, ma nessuno di essi si muoveva verso ovest come quel fioco batuffolo, e sicuramente le rocce spaziali non fanno inversioni ad U improvvise!
A questo punto la situazione stava diventando davvero emozionante. Chiamai la mia migliore metà, mia moglie Jen, esperta astrofotografa, per darmi un parere sulle mie immagini. Senza alcun dubbio, prima ancora che le indicassi quale fosse il corpo celeste incriminato, esclamò: “quella è una cometa!”
Questo era il momento più delicato: cuore ed emozioni stavano prendendo il posto alla razionalità, ma non era ancora il momento. Quel piccolo batuffoletto così debole e sgranato poteva essere spiegato ancora in diversi modi, senza scomodare la scoperta di una nuova cometa.
Ripresi le immagini grezze e controllai se poteva trattarsi di un riflesso o un artefatto introdotto dal sensore della mia reflex. Tutto però sembrava confermare la natura reale del piccolo corpo celeste. Anche la colorazione verdastra era compatibile con la tipica tonalità della chioma di una cometa. Tutto questo era davvero molto incoraggiante!
Controllai l’eventuale presenza di satelliti o stadi esauriti di razzi lanciati in quelle ore, ma la ricerca, fortunatamente, diede esito negativo.
A quel punto stavo seriamente prendendo in considerazione l’eventualità di una cometa. Quando tutte le ipotesi più probabili sono state escluse, quello che resta, anche se altamente improbabile, deve essere la spiegazione giusta.
Per avere la conferma definitiva avrei dovuto riprendere l’ oggetto la sera successiva; per fare questo era necessario capire in che punto del cielo l’avrei ritrovato a distanza di 24 ore.
Il sito del Minor Planet Center ha uno strumento molto utile che consente di predire il percorso di un corpo celeste a partire da poche osservazioni.
Inserite le mie osservazioni, ricevetti un messaggio alquanto strano: “L’oggetto si muove piuttosto rapidamente, dovresti probabilmente segnalarlo…immediatamente!” Ci mancava anche un sito che fa della prudenza e delle conferme indipendenti la sua bandiera a far confusione con le mie emozioni! No, non era ancora il momento di segnalare l’oggetto; dovevo essere sicuro che si trattava di una nuova cometa attraverso un’osservazione di conferma nella nottata seguente, non volevo di certo far cercare fantasmi a costosi telescopi professionali!
Per calcolare la traiettoria del corpo celeste decisi quindi si procedere manualmente aiutandomi con un foglio di calcolo elettronico (Excel).
Passai le seguenti 18 ore (compresa la notte) a controllare di nuovo tutte le immagini e le misurazioni, cercando di capire se ci fosse una spiegazione alternativa che mi era sfuggita nella concitazione di quei primi momenti e se l’oggetto, supposto reale, fosse stato già scoperto e catalogato.
Finalmente scese di nuovo la notte, o meglio, il crepuscolo, visto che non sono riuscito ad aspettare il buio completo dopo il tramonto del Sole.
L'immagine ottenuta la serata seguente conferma la scoperta
Speranzoso e allo stesso tempo spaventato di non ritrovare più quel batuffolo di luce, ho subito puntato la posizione stimata dove avrebbe dovuto trovarsi: il momento della verità era finalmente arrivato. Se il corpo celeste c’era ed aveva caratteristiche simili, allora poteva effettivamente trattarsi di una nuova cometa da comunicare a chi di dovere.
Il chiarore del crepuscolo introdusse un lungo momento di patos che mi sarei sinceramente risparmiato. Il cielo era infatti ancora tropo chiaro per mostrare un oggetto così debole.
Mano a mano che la notte avanzava inesorabile il campo inquadrato si riempiva di stelle e il cuore batteva sempre più forte. Ad un certo punto nell’ultima immagine scaricata cominciai a vedere poco oltre la soglia del rumore un oggetto diffuso e indistinto che non era riportato negli atlanti stellari.

Ho aspettato con trepidazione l’immagine successiva per avere la conferma che proprio lì, al centro del campo, si trovava quel punto indistinto di color veder, proprio come nella serata precedente! Wow, non ci potevo credere, era esattamente nel punto che avevo calcolato; questa cosa è davvero reale!
E’ in questo momento che la ricerca di una vita, condotta con passione e speranza durante notti insonne e spesso fredde, viene ripagata con una soddisfazione tanto più grande quanto maggiori sono stati gli sforzi per raggiungerla.
Avevo effettivamente appena raggiunto uno dei traguardi più importanti della mia vita!
Con il cuore gonfio di felicità ripresi altre immagini e spesi le ore successive ad organizzare le osservazioni che avrei poi mandato al CBAT del Minor Planet Center.
La mia speranza era che le osservazioni fossero sufficienti per far inserire l’oggetto nella lista dei NEO (corpi celesti vicini alla Terra) in modo da dare la possibilità ad altri osservatori di fare nel minor tempo possibile le doverose conferme (o smentite!).
Appena cinque minuti dopo aver inviato il report, la piccola cometa era già apparsa sulla pagina principale dei corpi da confermare. Il mio lavoro era terminato; potevo rilassarmi leggermente aspettando l’annuncio ufficiale della scoperta.
In quel momento, dopo due giorni insonni, l’adrenalina mi lasciò la possibilità di addormentarmi pensando a chi avrei raccontato per primo l’incredibile storia di questa scoperta.

Il 12 febbraio, appena  un giorno dopo il report di Bruenjes, la cometa fu ufficialmente designata con la sigla C/2012 C2 (Bruenjes). Questo è il coronamento del sogno di Fred Bruenjes, astrofilo che con un telescopio Schmidt-Cassegrain da 36 centimetri, una reflex digitale (non una camera CCD astronomica) e senza alcun complicato sistema di autoguida, ha un oggetto celeste in viaggio tra i pianeti del Sistema Solare che porta il suo nome. 

L'orbita della cometa C/2012 C2 Bruenjes
Complimenti a Fred Bruenjes per la caparbietà e la passione. Qui trovare il suo sito internet e la storia completa: http://www.moonglow.net/ccd/comet/index.html

Per approfondire il tema della scoperta delel comete, consiglio il sito del Minor Planet Center: http://www.minorplanetcenter.org/iau/mpc.html

domenica 15 luglio 2012

Online test di una montatura equatoriale molto promettente

L'innovativa montatura Italiana M-uno
Qualche mese fa ho avuto la fortuna di testare per la rivista Coelum una montatura equatoriale dalla meccanica totalmente italiana e dal design veramente innovativo prodotta dalla giovane azienda Avalon, e distribuita dalla UnitronItalia, il cui proprietario, Luciano Dal Sasso, è una delle persone più appassionate e preparate che si possano avere il piacere di incontrare.
Ho potuto testare e stressare la montatura per diverse settimane in piena libertà, provandola con diversi strumenti e in diverse configurazioni ottiche.
I risultati sono stati ottimi;
Oltre ad essere un oggetto esteticamente molto bello, è incredibilmente trasportabile, facile da utilizzare e preciso, tutti ingredienti indispensabili per coloro che si dilettano a fare fotografie astronomiche a lunga esposizione e hanno l'esigenza di spostarsi alla ricerca di cieli bui.
Non mi dilungo ulteriormente e vi lascio con una delle immagini scattate a circa 2,3 metri di focale e soprattutto al test completo che potrete liberamente scaricare in formato PDF a questo link

La nebulosa testa di cavallo. Media di 7 immagini da mezz'ora ciascuna

lunedì 9 luglio 2012

C'era o no acqua liquida su Marte?


Il mistero più affascinante di Marte ruota attorno alla presenza o meno di acqua nel suo passato e nel presente.
I dati ricevuti dalle prime sonde giunte sul pianeta, tra cui le gloriose Viking, hanno sollevato un problema di cui ancora se ne discute animatamente a distanza di oltre 30 anni. 
Un grande antico fiume su Marte?
Le immagini provenienti dalla superficie e dall’orbita hanno raccolto numerosi indizi sul fatto che il pianeta un tempo fosse estremamente diverso dall’arido deserto attuale.
Oltre alle peculiari proprietà dell’emisfero nord, che potrebbero essere spiegabili anche con un gigantesco impatto che avrebbe rimodellato la superficie, nel dettaglio il suolo marziano è percorso da quelli che sembrano resti di decine di fiumi e grandi laghi, come quello riportato nell’immagine a sinistra.
Se infatti confrontiamo queste immagini con le situazioni familiari e più conosciute della Terra, gli indizi potrebbero addirittura trasformarsi in prove evidenti.
Un fiume che scorre per lungo tempo nel suo letto modella la superficie, leviga le pietre, scava il terreno, muove la sabbia, genera valli e canyon. Molte sono le formazioni di questo tipo scoperte dalle sonde in orbita. 
Il fatto che attualmente non vi sia acqua in questi probabili antichi letti, alcuni dei quali davvero giganteschi, è ciò che impedisce agli scienziati di essere certi della loro origine. 
Perché così tanta incertezza?
Sostanzialmente perché la nostra analisi si basa solamente su una somiglianza visiva con le strutture geologiche che sulla Terra sono formate dallo scorrere dell’acqua. Siamo proprio sicuri, però, che non potrebbero esserci altri motivi, che attualmente ignoriamo, per cui su Marte si siano formate strutture simili, senza dover per forza di cose considerare l’azione erosiva prodotta dal nostro familiare liquido trasparente?
La prudenza resta d’obbligo anche guardando un’immagine apparentemente eloquente come quella precedente, per un motivo molto semplice: le condizioni di pressione e temperatura sul suolo marziano attualmente impediscono all’acqua pura di esistere stabile allo stato liquido. 
Presso i poli è congelata, alle basse latitudini può esserci solo sottoforma di vapore.
Ammettere che quelle strutture siano letti di antichi fiumi, significa quindi implicare che un tempo l’atmosfera del pianeta rosso fosse profondamente diversa, tanto da consentire all’acqua di scorrere liberamente e in grandi quantità.
Uno scenario del genere solleva, proprio come la polvere alzata dalle tempeste marziane, molte altre domande: come si è modificata l’atmosfera? Perché è cambiata così tanto? E dove è finita tutta l’acqua?
Difficile ancora mettere insieme i pezzi di un puzzle davvero estremamente più complicato di quanto si potesse pensare, anche perché molte delle analisi necessarie per confermare o confutare la teoria devono essere fatte sul luogo.
Fino a questo momento sono stati trovati degli indizi, alcuni a dire la verità davvero forti.
Il rover Opportunity ha trovato rocce sedimentarie, che sulla Terra si formano solamente in presenza di acqua.
La sonda Phoenix ha confermato che alle alte latitudini il terreno è pieno di ghiaccio d’acqua.
Lo strato di permafrost, così viene chiamato il suolo perennemente ghiacciato, potrebbe contenere una riserva grandissima di acqua, tale da ricoprire buona parte dell’emisfero nord del pianeta se diventasse liquida.
Le osservazioni delle sonde in orbita attorno al pianeta, in particolare quelle di Mars Odyssey, hanno mostrato che senza la protezione del campo magnetico l’atmosfera del pianeta rosso si sta lentamente disperdendo nello spazio a causa dell’azione erosiva del vento solare.
Questa osservazione è fondamentale, perché se riuscissimo a campire il ritmo con cui l’atmosfera evapora e la sua eventuale stabilità nel tempo, potremmo dare forza alla teoria secondo cui l’antico inviluppo atmosferico del pianeta fosse molto diverso da quello attuale. Se l’atmosfera era più spessa e calda, le grandi quantità d’acqua che ora si trovano nel sottosuolo potevano formare laghi ed oceani in superficie. E a quel punto la vita avrebbe potuto popolare il pianeta...

Non resta che aspettare l'arrivo della missione Curiosity, previsto per il prossimo Agosto, e sperare che venga fatta maggiore luce su uno dei misteri più interessanti ed intricati di Marte.

sabato 7 luglio 2012

Ricerca astronomica senza telescopio!

Dal mio ultimo libro: Astrofisica per tutti. Scoprire l'Universo con il proprio telescopio
 
Nell’epoca della globalizzazione e della rete internet che può collegare le più disparate persone sparse su ogni angolo del pianeta, è possibile fare ricerca astronomica standosene comodamente seduti sul divano senza dover comprare alcuno strumento astronomico.
I cosiddetti progetti di calcolo distribuito sfruttano il grande numero e l’elevata potenza dei moderni personal computer, nonché la passione degli amanti dell’astronomia, per elaborare una mole di dati che altrimenti richiederebbe secoli ai pochi astronomi sparsi sulla Terra.

Il SETI è stato il primo progetto di calcolo distribuito
Il primo progetto di questo tipo riguarda il SETI, un programma molto ambizioso per l’individuazione di eventuali segnali radio di natura artificiale provenienti da altre stelle.
Il programma SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) portato avanti dall’università di Berkeley, negli anni 90 è stato il pioniere della rivoluzione del calcolo distribuito.
Gli astronomi erano infatti ben coscienti che la quantità di dati raccolta dai potenti radiotelescopi era ben al di là delle capacità dei loro supercomputer, così idearono un software, denominato SETI@home (http://setiathome.berkeley.edu/) che funzionava su qualsiasi personal computer, si collegava alla rete e silenziosamente in sottofondo analizzava i dati raccolti dalle antenne del SETI.
Il successo di questa iniziativa fu spettacolare.
Nel corso di pochi anni milioni di computer sparsi in tutto il mondo analizzavano quantità incredibili di dati.
Il punto di forza di questo primo esperimento di calcolo distribuito era da attribuire sostanzialmente alle proprietà del programma creato dagli astronomi dell’università di Berkeley: il software poteva funzionare su qualunque computer come se fosse uno screen saver e analizzava in modo completamente automatico i dati. Una volta terminata la “work unit” assegnata, la inviava automaticamente ai server di Berkeley e contemporaneamente scaricava un nuovo pacchetto dati.
Sebbene si tratti di un modo passivo di fare ricerca astronomica (l’utente non può intervenire ma presta solamente una piccola frazione della potenza di calcolo del suo computer), l’idea di aver contribuito ad un progetto di ricerca così ambizioso come la ricerca di segnali intelligenti nell’Universo ha creato una community appassionata e molto unita, nonché regalato piccole soddisfazioni personali.

Personalmente ho contribuito al progetto SETI@home quando ero ancora poco più che bambino e trovavo una soddisfazione enorme semplicemente nel vedere i dati elaborati mano a mano dal mio computer e il successivo invio del mio personale pacchetto di dati. A volte sentirsi partecipi di un grande progetto è ciò che può rendere migliori le nostre giornate. 

Il progetto SETI@home è ancora attivo, quindi chiunque può partecipare.
In questi ultimi anni non è di certo però restato l’unico progetto di calcolo distribuito o della cosiddetta “internet-science” (scienza attraverso internet). Da questa esperienza sorprendentemente positiva nel giro di pochi anni sono nati altri progetti di ricerca astronomica. 
Attualmente il calcolo distribuito rappresenta un aiuto insostituibile in alcuni ambienti della ricerca che senza il prezioso aiuto degli appassionati non sarebbero potuti andare avanti.

Se le prime esperienze non prevedevano l’intervento dell’utente, nei progetti successivi il fattore umano è stato invece valorizzato ed utilizzato per progetti altrettanto ambiziosi.
Il più conosciuto ed importante è stato il programma galaxyzoo (http://www.galaxyzoo.org), un portale internet nel quale agli utenti, previa una registrazione gratuita ed un piccolo test d’ingresso, venivano sottoposte milioni di bellissime immagini di galassie non ancora classificate dagli astronomi professionisti (e neanche mai viste).
Il pannello di controllo del progetto Galaxyzoo
Gli utenti dovevano riconoscere alcune proprietà semplici, come la forma (ellittica o a spirale), l’inclinazione (viste di profilo o di faccia)  ed il senso dell’orientazione degli eventuali bracci (orario o antiorario). Questo programma mirava a conoscere le proprietà dell’intera classe galattica dell’Universo attraverso l’analisi di un campione statisticamente valido, che solamente attraverso il contributo di migliaia di utenti si sarebbe potuto realizzare.
Attualmente il programma è ancora in attività e in continuo sviluppo. Le fasi successive hanno previsto l’approfondimento della classificazione delle galassie con domande ancora più specifiche ai 250000 partecipanti attivi.

Il successo di questa versione avanzata di calcolo distribuito superò ogni aspettativa, sia dal punto di vista della partecipazione che dell’accuratezza delle analisi, a testimonianza che a volte la passione è un motore più che sufficiente per contribuire con successo a molti progetti di ricerca.

Gli altri progetti ancora attivi ai quali potete partecipare sono elencati di seguito:
1)      Stardust@home: http://stardustathome.ssl.berkeley.edu/ . Nel 1999 la sonda della NASA stardust lasciò la Terra per visitare la cometa Wild 2. Volando all’interno della sua coda, la sonda, grazie ad una specie di racchetta fatta di un materiale particolare (aerogel) ha raccolto alcuni campioni che nel 2006 sono tornati sulla Terra in una capsula speciale. Il progetto Stardust@home sottopone agli utenti delle immagini riprese al microscopio del materiale di raccolta dei campioni.
Il compito è quello di individuare tutti i minuscoli granelli di polveri cometarie presenti per consentire agli astronomi di estrarli e condurre delle analisi.
La quantità di polvere cometaria raccolta è infatti esigua rispetto alla superficie totale della “racchetta”, concentrata in particelle microscopiche; la loro individuazione da parte di un singolo scienziato richiederebbe secoli, mentre con l’aiuto di migliaia di occhi è possibile accelerare moltissimo il procedimento di individuazione. Il progetto, iniziato nel 2006 è ancora attivo; chiunque può partecipare.

2)      Systemic: http://oklo.org/ . La ricerca dei pianeti extrasolari è una branca molto sviluppata dell’astronomia moderna.
Rilevare un pianeta extrasolare è però molto difficile, come abbiamo già accennato. Il metodo che offre migliori risultati è quello delle velocità radiali, ma spesso i risultati non sono chiari, soprattutto quando osserviamo sistemi planetari con più di un pianeta. Il progetto sistemi attraverso una console di comando mette a disposizione dell’utente una console nella quale si può simulare l’andamento delle curve di velocità radiali cambiando alcuni parametri (massa della stella, inclinazione dell’orbita, massa e numero dei pianeti). Le curve di velocità radiale così simulate vengono sovrapposte a quelle reali. La curva simulata che meglio approssima l’andamento reale identifica con buona probabilità le proprietà del sistema planetario extrasolare (numero di pianeti, masse, distanze dalla stella). Il progetto è forse quello più impegnativo perché richiede una certa pratica soprattutto con la console di comando ed i parametri da modificare, ma è senza dubbio affascinante

3)      Einstein@home: http://einstein.phys.uwm.edu/ . Uno degli obiettivi della moderna astrofisica è la rilevazione delle onde gravitazionali, teorizzate dalla relatività generale di Einstein ma mai finora rilevate. Il modo migliore per misurare l’effetto di un’onda gravitazionale è quello di studiare sorgenti astrofisiche molto particolari, quali pulsar, buchi neri e sistemi di stelle di neutroni. Prima di rilevare quindi un’onda gravitazionale, è meglio sapere dove guardare, scoprendo il maggior numero possibile di queste sorgenti. Il progetto Einstein@home ha questo duplice scopo. I dati provenienti da diversi strumenti, tra cui i radiotelescopio di
Arecibo, il satellite a raggi gamma Fermi e il rilevatore di onde gravitazionali LIGO, vengono fatti elaborare agli utenti attraverso un programma che funziona in modo simile al progetto SETI@home, che quindi non prevede l’intervento degli utenti ma solamente la condivisione di una piccola parte della potenza di calcolo dei personal computer. Nato nel 2005 è ancora in piena fase di sviluppo. Fino a questo momento ha portato alla scoperta di diverse pulsar e stelle di neutroni, ma ancora non si sono rilevate onde gravitazionali.

Altri programmi di calcolo distribuito sono al momento in fase di preparazione. Vale la pena citare Planetquest, dedicato alla ricerca dei pianeti extrasolari in transito.
Questa rivoluzione nel modo di fare ricerca è iniziata in ambito astronomico ma ormai è portata avanti anche in altre discipline, tra cui la medicina, matematica, chimica, biologia.
Per lo sviluppo e la distribuzione dei progetti di calcolo distribuito è stata sviluppata una piattaforma oper-source (liberamente scaricabile) denominata BOINC. Il software può essere installato su tutti i computer a prescindere dal sistema operativo ed è l’interfaccia di molti progetti astronomici e non, tra cui il SETI e l’appena nato orbit@home per lo studio degli effetti degli impatti asteroidali sulla Terra. I progetti che è possibile scegliere da questa piattaforma sono diverse decine e spaziano dalla criptografia alla chimica:

Tornando in tema astronomico, ma uscendo dal filone del calcolo distribuito, vale la pena citare un altro progetto di ricerca che è possibile effettuare autonomamente senza l’ausilio di un telescopio: la scoperta di nuove comete.
La sonda Soho, in orbita attorno al Sole da molti anni, monitora la corona solare con camere a grande campo. Spesso capita di osservare piccole comete non conosciute avvicinarsi al nostro astro che possono essere avvistate solamente dalle immagini della camera a bordo della Soho.
In circa 16 anni di attività sono oltre 1000 le piccole comete scoperte dalla sonda e moltissime sono state segnalate per prime dagli appassionati che visualizzano in tempo reale le immagini inviate a Terra dalla sonda e pubblicate sul sito della NASA: http://sohowww.nascom.nasa.gov/data/realtime/c3/512/ .
Sebbene la scoperta non poterà il vostro nome, è comunque divertente e rilassante veder scorrere le immagini alla ricerca di una piccola scia in avvicinamento al Sole.